The Mandalorian

Una nuova serie ambientata nell’universo di Star Wars

The Mandalorian è una serie creata da Jon Fraveau e prodotta da Disney Lucasfilm nel 2019.

The Mandalorian racconta la storia del cacciatore di taglie Din Djarin, detto Mando, e le sue mille avventure nei pianeti della Galassia lontana lontana alla ricerca delle sue prede, tra incontri inaspettati, combattimenti e sfide.

La serie è ambientata cronologicamente prima dei fatti raccontati in Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della forza. Questa prima stagione è composta da 8 episodi che raccontano le vicende di Mando.

Attirato dalle critiche positive sentite da più parti ho deciso di guardare la serie anche se inizialmente ero scettico. Alla fine Mandalorian è un’avventura calata perfettamente nel mondo di Guerre Stellari. Tuttavia se si cerca qualcosa di veramente nuovo in Star Wars si rimarrà delusi. Quello che troviamo è più che altro una rivisitazione e una ripresa di ambienti e situazioni dell’universo creato da George Lucas.

Mandalorian porta lo spettatore in vari pianeti e in situazioni simili a quelle che abbiamo già visto nello spin off Solo: A Star wars story. Le parti che richiamano il genere western sono preponderanti, il personaggio principale in fondo si presta a questo tipo di scenari.

Un guerriero solitario, diffidente ma anche generoso e pronto ad aiutare le persone, Mando rimane una figura non molto approfondita. Mi sarei aspettato un maggiore spessore nel personaggio.

Mando è un orfano che viene adottato dalla comunità dei Mandaloriani, una setta di guerrieri coperti da un’armatura avvolgente. La serie non si sofferma più di tanto sul passato del protagonista e non spiega a fondo l’ambiente dei mandaloriani, concentrandosi più che altro sulle scene action e i combattimenti.

Alla fine non sono riuscito più di tanto ad affezionarmi al protagonista, anche se le potenzialità c’erano.

Nella storia non ho visto particolare originalità o novità rispetto a molte altre avventure di altri protagonisti della saga. I primi episodi sono lenti e a tratti monotoni nello svolgimento. Questo tempo a mio parere poteva essere utilizzato per sviluppare meglio i personaggi principali. La sensazione è quella del déjà vu soprattutto nelle sequenze ambientate a Tatooine, un pianeta che i fan di Star Wars conoscono bene.

Dal punto di vista tecnico la serie è realizzata bene, gli effetti speciali sono efficaci, la fotografia è più che buona. Le musiche, composte da Ludwig Göransson sono adeguate anche se a mio parere poco incisive.

Ad un pubblico più giovane, the Mandalorian potrebbe piacere di più di quanto sia piaciuto a me. La serie in fondo ha tutti gli ingredienti che ci si aspetterebbe da una produzione in stile Star Wars ed è un prodotto corretto con la giusta dose di fan service e che non esce dai familiari confini dell’Universo di Guerre Stellari.

The Areonauts

Storia romanzata dell’ascensione del 1862 in mongolfiera che stabilì il record di altitudine

The Areonauts è un film del 2019 diretto da Tom Harper.

Londra, 1862, James Glashier ( Edward Redmayne ) è uno scienziato che crede nella possibilità di predire il tempo metereologico. Deriso dalla comunità scientifica James cercherà l’aiuto dell’ambiziosa areonauta Amelia Wren ( Felicity Jones ) e si imbarcherà nella sua mongolfiera per tentate di arrivare più in alto di qualsiasi altro essere umano per studiare l’atmosfera e comprendere così i fenomeni alla base della meteorologia.

The Areonauts è un film ispirato a fatti realmente accaduti, che racconta di un’epoca dove ancora poco si sapeva del cielo e del misterioso mondo del volo. Grazie alle mongolfiere anche la ricerca scientifica cominciò a beneficiarne per studiare vari fenomeni che accadevano solo in quota, ma lo scetticismo della comunità scientifica dell’epoca rischia di frenare la visione di James Glashier, uno scienziato convinto della possibilità di prevedere il meteo.

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Una scena del film

Il film racconta la storia di una singolare coppia, unita da un obbiettivo comune, arrivare all’altitudine più elevata possibile. Da una parte uno scienziato molto rigoroso e ligio alle sue ricerche ma anche sognatore e visionario. Dall’altra una donna areonauta che porta con sé il fardello di un tragico passato, ma è irresistibilmente attratta dal cielo, l’unico posto, come lei stessa afferma, dove si sente veramente bene.

I due protagonisti all’inizio non vanno d’accordo ma incalzati da imprevisti e sfide che si trovano ad affrontare durante l’ascesa, riescono a trovare un equilibrio.

The Areonauts non va troppo in profondità nelle motivazioni di entrambi ma si lascia guardare intrattenendo lo spettatore. Le sequenze in cielo quando la mongolfiera comincia a prendere quota sono molto suggestive e illustrano bene come dovesse essere nuovo e meraviglioso il mondo visto dall’alto in un’epoca dove non esistevano aerei e i dirigibili erano da poco stati inventati.

Ho trovato la fotografia del film molto bella, non solo per i colori caldi che troviamo in alcune scene ambientate negli ambienti interni delle case e dei palazzi della Londra di metà ottocento ma anche nelle sequenze aeree quando la mongolfiera si avvicina alle quote più alte, i colori del cielo diventano più intensi, abbaglianti, e l’aria più rarefatta, in un’atmosfera quasi surreale.

Felicity Jones e Edward Redmayne sono convincenti come protagonisti, il film si regge alla fine quasi esclusivamente sulle loro due interpretazioni. I due avevano già interpretato insieme la Teoria del tutto, il film sulla storia dello scienziato Stephen Hawking.

La parte che mi ha convinto di meno sono alcune scene action quasi inverosimili che sembrano state aggiunte chiaramente per creare momenti adrenalinici ma che risultano a mio parere, un po’ troppo sopra le righe nel contesto del film.

In conclusione penso che The Areonauts sia un discreto film d’intrattenimento che si lascia guardare, non particolarmente impegnativo o sofisticato.

Star Wars: Episodio IX – L’Ascesa di Skywalker

Un finale sfilacciato e debole che dimostra la totale mancanza di idee nella conclusione della saga degli Skywalker

Videorecensione

Star Wars – L’ascesa di Skywalker è un film del 2019 diretto da J.J. Abrams, scritto dallo stesso regista e Chris Terrio.

L’Ascesa di Skywalker prosegue la storia di tutti i protagonisti della trilogia sequel di Guerre Stellari. Rey, Poe Dameron, Finn, Rose, la principessa Leila i due famosi droidi C-3PO e R2-D2 e il malvagio Kylo Ren. Questa nuova avventura li porterà nei territori oscuri della Galassia, nelle regioni sconosciute dove una voce minacciosa è ricomparsa dal nulla. Il redivivo signore Oscuro per eccellenza, l’imperatore Darth Sidious è tornato e dimora nel pianeta dei morti Exegol rivendicando il dominio della Galassia e minacciando di schiacciare definitivamente la Resistenza.

Trovo molto difficile scrivere qualcosa su questo film, premetto che aspettavo questo ultimo Star Wars con una certa ansia. Dall’episodio precedente, Gli Ultimi Jedi, ero rimasto coinvolto dalle vicende dei due protagonisti Rey e Kylo Ren e volevo vedere come andava a finire la loro storia più di ogni altra cosa portata avanti da questa ultima trilogia.

Ammetto che sono rimasto combattuto vedendo le prime recensioni di questo film tutte molto negative. Devo purtroppo ammettere che i commenti negativi avevano per la maggior parte ragione perché l’Ascesa di Skywalker è un film mediocre, lungo e a tratti noioso.

I problemi sono tanti, preferisco prima indicare gli aspetti positivi della pellicola. Sicuramente come generico film di fantascienza/fantasy questo Guerre Stellari può contare come anche i precedenti su effetti speciali ben curati, fotografia di buon livello e belle scenografie.

Il film è tecnicamente ben fatto e questo è uno degli aspetti più positivi. Le prove attoriali di Daisy Ridley e Adam Driver sono ottime solo grazie alla loro bravura. I due protagonisti bucano lo schermo e sono riusciti a conferire emozione in alcune scene madri del film.

Purtroppo gli aspetti positivi finiscono qui per me, l’Ascesa di Skywalker è un film che mi ha molto deluso. La trama è sfilacciata e ripetitiva, è palese che J.J. Abrams e Chris Terrio abbiano scritto una storia che da una parte ricalca ciò che già conosciamo dai tempi de Il ritorno dello Jedi e dall’altra pasticcia con personaggi e i loro vissuti, non considera ciò che sapevamo fino ad adesso e cambia le carte in tavola più volte. Tutto questo si traduce in un lungometraggio confuso, noioso, a tratti fastidioso.

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Una scena del film

A peggiorare le cose ci pensa un montaggio a mio parere pessimo. Va bene che l’azione deve essere supportata da un editing rapido per creare adrenalina e coinvolgere lo spettatore, ma qui si esagera. Tutti i primi 45 minuti di film sono troppo veloci, non si riesce a seguire bene il filo del discorso, sequenze diverse che coinvolgono i personaggi in pianeti differenti sono collegate da un montaggio frenetico che non fa altro che stordire.

Dopo la prima ora mi sentivo confuso per la velocità e il caos dovuto a sequenze d’azione anche carine ma messe insieme malissimo, il tutto condito da esplosioni, urla e musiche di John Williams combinate con lo scopo di frastornare lo spettatore.

Purtroppo anche la colonna sonora dell’amato compositore storico di Guerre Stellari in questo film risulta semplicemente esagerata. Sono belli i temi di Rey e Kylo Ren, ma in questo film non si riescono ad apprezzare perché inseriti in una baraonda continua senza tregua.

Alla fine la delusione è grande anche per i possibili sviluppi che la storia poteva potenzialmente avere e che non sono stati sfruttati. Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi aveva delineato una storia che aveva dei risvolti molto interessanti. Rey non era figlia di nessuno, Kylo Ren era in bilico tra la luce e l’oscurità ed aveva ucciso il suo mentore Snoke, la Forza non era prerogativa dei Jedi e dei Sith. Le premesse erano buone ed andavano mantenute e sviluppate ma J.J. Abrams decide di fare un brusco dietro front e dare anche a Rey un passato eccellente riportando in vita l’Imperatore. Una mossa che suona come una sterzata brusca rispetto a Episodio VIII di Rian Johnson.

Una banalizzazione che rovina lo sviluppo della storia che evidentemente Johnson non condivideva con J.J. Abrams. Il risultato è ancora confusione da parte dello spettatore e una perdita di interesse nella storia dei nostri due personaggi. Anche le scene più intense che coinvolgono Rey e Kylo, se pur recitate bene, non riescono a dare quell’emozione che ci si aspetterebbe a causa della scrittura pessima.

Il momento della conversione di Kylo Ren che avviene dopo un feroce duello con Rey, rimane una bella scena ma il rapporto tra Rey e Kylo e il loro presunto coinvolgimento sentimentale non viene trattato e solo alla fine abbiamo una sequenza dove si palesa l’attrazione che però cade nel vuoto e sembra forzata.

Non vale la pena di citare molto altro di questo film perché tutte le altre sequenze a mio parere sono puro fan service. L’Imperatore, la nuova flotta Imperiale e il finale sono senza originalità e copiano male l’ispirazione originaria presente nei primi film della trilogia originale, scadendo anche nel trash in alcune sequenze a dir poco imbarazzanti.

In conclusione consiglio L’Ascesa di Skywalker solo a coloro vogliano sapere la (deludente) fine della storia tra Rey e Kylo Ren. In tutti gli altri casi non mi sento di raccomandare questo film.

Contact

Contact è un viaggio tra scienza e fede, un percorso di scoperta dentro noi stessi

Contact è un film del 1997 diretto da Robert Zemeckis

Contact racconta la storia di Ellie Arroway ( Jodie Foster ), una scienziata specializzata nella ricerca di segnali radio extraterrestri nel cosmo. La sua incrollabile fiducia nella ricerca la porta a sfidare finanziatori scettici e ad ottenere dei fondi per la sua ricerca nella grande installazione di radio telescopi del New Mexico. Una mattina mentre è intenta ad ascoltare i segnali del cosmo, Elly scopre una emissione radio sconosciuta che sembra provenire dall’ammasso stellare di Vega, a 26 anni luce dalla Terra.

Siamo soli nell’universo? Gli extraterrestri esistono? Il film pone alcune delle domande fondamentali che l’umanità si chiede da sempre. La protagonista Ellie crede fermamente nella scienza e questo la metterà in crisi perché in realtà quesiti di questo genere sconfinano nel campo religioso ed etico/filosofico.

Zemeckis realizza un film molto lungo e ricco di momenti e scene affascinanti. Un film che in alcuni momenti vuole riassumere lo slancio dei sognatori romantici, dei pionieri, coloro che guardando un cielo pieno di stelle si chiedono cosa ci sia nel cosmo.

L’equilibrio tra scienza e fede sono due punti focali che Ellie dovrà affrontare nel suo percorso di scoperta proprio perché le domande che si pone trascendono il mondo dell’esperienza empirica ed entrano nel campo della fede e del credo.

Allo stesso tempo Contact si sofferma sulle conseguenze che la scoperta di un’entità extraterrestre potrebbe causare dal punto di vista politico ed ideologico. In questo senso il film è abbastanza realistico nel ritrarre il dibattito politico e le implicazioni di tale scoperta. Cosa succederebbe alla nostra società? Il film ritrae vari tipi di reazione, dal fanatismo, all’approccio più moderato e razionale, ognuno con un suo spazio.

Il film, in ogni caso, è soprattutto un cammino di consapevolezza, un viaggio interno a noi stessi ( vedi anche Ad Astra, recente film che tratta tematiche simili) . Contact lascia lo spettatore con un finale aperto che lo invita ad interrogarsi e a dare una sua interpretazione ai fatti.

Zemeckis dirige il film con grande efficacia, mischiando con sapienza le parti d’azione con quelle più discorsive. Il ritmo del film è ben calibrato. La sceneggiatura a tratti si dilunga troppo in scene a mio parere non fondamentali. Alcune parti potevano essere tagliate accorciando così la durata del film.

Dal punto di vista degli attori merita sicuramente una menzione l’ottima prova di Jodie Foster che nel film riesce a conferire ad Ellie Arroway la forza ma anche l’insicurezza della scienziata che si trova al cospetto di quesiti così importanti ed al tempo stesso misteriosi.

Fotografia, effetti speciali e scenografie sono ottime considerando che il film è stato prodotto più di vent’anni fa. Gli effetti speciali sono concentrati soprattutto nella parte iniziale, in particolare nella suggestiva sequenza dell’Universo che si condensa nell’occhio di una Ellie ancora bambina, e nel finale del film quando vediamo la protagonista intraprendere il viaggio verso Vega. Entrambe queste sequenze mi hanno colpito perché particolarmente suggestive.

In conclusione consiglio sicuramente Contact agli amanti della fantascienza e a quanti apprezzino il cinema di Robert Zemeckis.

L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138)

Un buon film di fantascienza distopica, esordio del regista George Lucas

Thx 1138 è un film del 1971 diretto da George Lucas.

Nel XXV le società sono agglomerati urbani sotterranei isolati dalla superficie dove gli abitanti vengono costretti in un regime di schiavitù. Sentimenti ed emozioni così come ogni spunto individualista è bandito. Gli abitanti vengono spinti ad assumere regolarmente droghe per impedire lo sviluppo di qualsiasi pensiero non idoneo alle leggi di efficienza e massima produttività imposte dalla società.

L’uomo che fuggì dal futuro fu il primo film diretto dall’ allora venticinquenne George Lucas, sviluppato ispirandosi al cortrometraggio Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB da lui girato nel 1967 per il master della tesi in Cinema che conseguì all’ USC, University of Southern California.

Il film presenta anche una versione del 2004 chiamata The George Lucas Director’s Cut, che offre oltre alla restaurazione digitale della pellicola, nuove scene ed effetti speciali migliorati.

L’uomo che fuggì dal futuro immagina un tragico avvenire distopico. Il lungometraggio rivelò all’epoca il talento registico di Lucas e una sua forte cifra stilistica che ritroveremo in parte anche nel primo film di Guerre Stellari girato nel 1977.

Il film racconta la storia di THX 1138, interpretato da un bravo Robert Duvall. Convinto dalla compagna LUH 3417 a non prendere più le droghe prescritte, il protagonista si “risveglia” dal torpore delle sostanze e comincia a provare autentici sentimenti per LUH. Scoperti ad amoreggiare, entrambi verranno imprigionati. Qui, 1138 escogiterà un piano per fuggire dalla prigione e abbandonare la città per avventurarsi nel mondo di superficie.

Robert Duvall e George Lucas durante la realizzazione del film

Il film cala lo spettatore nello scenario claustrofobico della città sotterranea. Gli abitanti sono vestiti di bianco e rapati a zero e i loro nomi sono composti da sigle e numeri.

Dal punto di vista tecnico il film è fatto molto bene. Fotografia, scenografia e regia sono di ottimo livello. I colori dominanti nelle scene sono il bianco il nero e il grigio. Tonalità che troviamo negli ambienti chiusi illuminati da luci artificiali onnipresenti e nelle strutture in cemento che dominano le inquadrature.

La stessa prigione dove 1138 viene rinchiuso è totalmente bianca, tanto che si fa fatica a distinguere la profondità della scena. L’idea per quanto semplice è molto suggestiva e le guardie robotiche vestite di nero a guardia dei carcerati rappresentano l’unico contrasto di colore in queste sequenze.

Ad una prima parte più discorsiva e dedicata alla presa di coscienza del protagonista, Lucas aggancia un terzo atto di pura azione dove vediamo THX 1138 fuggire fino ad arrivare ai limiti della città. Interessante, in questa ultima parte, l’inseguimento tra gli agenti robotici e 1138 a bordo di una AutoJet ( basata su un’auto sportiva, la Lo­la T70 MkI­II ).

THX 1138 fugge a bordo di una AutoJet per uscire dalla città

Il film in ogni caso tratta molti temi che saranno cari alla fantascienza successiva. Tipico degli anni ’70 è l’impronta sociologica che vediamo in molte pellicole sci-fi, un approccio comune che mi ha ricordato un altro film realizzato in questo particolare periodo, Rollerball.

In ogni caso allo spettatore risulterà facile trovare dei parallelismi tra L’uomo che fuggì dal futuro e Blade Runner o il più recente Matrix. Una conferma di come la fantascienza anni ’70 abbia decisamente influenzato la produzione sci-fi anche a decenni di distanza.

In conclusione consiglio L’uomo che fuggì dal futuro a quanti amino la fantascienza anni ’70 e a quanti siano interessati a scoprire di più del regista George Lucas precedente a Guerre Stellari.

Recensione Star Wars: Episodio VI – Il ritorno dello Jedi

La redenzione di Darth Vader conclude la prima trilogia di Guerre Stellari

Il ritorno dello Jedi è un film del 1983 diretto da Richard Marquand.

Luke Skywalker, Leila e Lando Calrissian tentano di liberare Han Solo dalle sgrinfie del temibile Jabba the Hutt. Dopo un confronto a colpi di spada laser e blaster nel deserto di Tatooine i nostri eroi, recuperato Han Solo, si separano. Luke tornerà sul pianeta Degobah per concludere l’addestramento con Yoda. Leila, Han Solo e Lando si uniscono all’alleanza ribelle per organizzare l’attacco finale alla nuova Morte Nera.

Il ritorno dello Jedi è il capitolo conclusivo della prima trilogia di Guerre Stellari. Questo ultimo film racconta le vicende dei protagonisti che abbiamo imparato a conoscere nei due precedenti film ( Episodio IV – Una nuova speranza e Episodio V – L’impero colpisce ancora ) e porta a conclusione la parabola di Darth Vader.

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Luke Skywalker e Darth Vader in una scena del film

Antagonista iconico e protagonista indimenticabile di Guerre Stellari, Darth Vader è il personaggio di cui forse sappiamo di più dell’Universo fantastico e fantascientifico della saga. A lui e alle sue origini sono dedicati i tre episodi della trilogia prequel, girati da George Lucas tra il 1999 e il 2005.

Il ritorno dello Jedi mette in scena la redenzione di Vader grazie a Luke Skywalker. Il figlio renderà evidente al padre la presenza di un lato buono e chiamerà Vader con il suo vero nome, Anakin Skywalker, per la prima volta dopo molto tempo. Le sequenze in cui vediamo Luke, Vader e L’imperatore sono molto interessanti. Darth Sidious tenta di manipolare Luke come fece con Anakin a suo tempo ( vedi Episodio III – La vendetta dei Sith ), i suoi dialoghi e la pressione psicologica che il giovane Skywalker deve sopportare sono rese bene e sono la parte più interessante del film.

Il ritorno dello Jedi si distingue anche per una maggiore spettacolarità. Siamo molto distanti dal carattere quasi pionieristico negli effetti visivi del primo Star Wars del 1977. Il ritorno dello Jedi è un blockbuster maturo, che può contare su un budget considerevole e su grandi mezzi. Il film si nota per i grandi effetti speciali al servizio di elaborate e coinvolgenti scene action.

Lo spettacolare confronto finale

Anche il tono del film è diverso rispetto al precedente drammatico Episodio V. Ne il ritorno dello Jedi abbiamo sequenze forti, soprattutto nell’ultima parte del lungometraggio, ma il registro del film rimane più leggero rispetto all’Impero colpisce ancora e si avvicina di più a quello che abbiamo già visto in Una nuova speranza.

Un contributo nell’alleggerire il tono lo danno gli Ewok, buffi e pelosi indigeni originari della luna boscosa di Endor. Questi strani esserini sono stati criticati da più parti perché troppo infantili per il film. Il loro ruolo non è così fondamentale e non vengono approfonditi più di tanto. A mio parere non restano tra i personaggi memorabili di questa trilogia.

Ewok, curiosi indigeni abitanti di Endor

Dal punto di vista tecnico come già accennato il film punta sul fattore spettacolare. Scenografie, fotografia ed effetti visivi sono ancora più belli rispetto ai precedenti episodi della saga.

Le musiche sono ancora una volta affidate a John Williams. Tra i brani più famosi che mi hanno colpito in questo film ricordo il tema di Luke e Leila, suonato durante un loro incontro sulla luna di Endor.

In conclusione consiglio Il ritorno dello Jedi a quanti siano interessati a conoscere la conclusione della vicenda di Darth Vader e in ogni caso agli amanti della saga di Star Wars.

Recensione Avatar

Un kolossal d’autore visivamente affascinante

Avatar è un film del 2009 scritto e diretto da James Cameron.

Anno 2154. Pandora è un pianeta coperto di foreste pluviali abitato da una popolazione di indigeni extraterrestri chiamati Na’vi. Questo territorio ha attirato l’interesse di un’importante compagnia terrestre chiamata RDA per la presenza in grande quantità di un minerale particolarmente prezioso, l’Unobtainium.

Jake Sully un marines disabile viene incaricato di recarsi su questo misterioso pianeta per studiare la popolazione locale e facilitare l’estrazione del prezioso minerale.

Avatar è più un’epopea fantastica che un vero e proprio film di fantascienza. James Cameron realizza uno dei film più costosi mai prodotti, si stima che la realizzazione e il budget speso per la pubblicità sfiorassero i 500 milioni di dollari ( 238 milioni di dollari solo per la produzione). Una cifra astronomica ancora oggi.

Ricordo che Avatar rimase nelle sale italiane un tempo veramente lungo rispetto ad altre pellicole, mesi dopo la sua uscita andai a vederlo con un mio amico. La sala era quasi piena segno che preannunciava un grande successo, tanto che il film batté il record di lungometraggio con il maggiore incasso in assoluto ( 2,7 miliardi di dollari). Un primato che è stato recentemente raggiunto dalla pellicola Avengers: Endgame.

Al di là dei record il film ha il merito di essere particolarmente curato dal punto di vista tecnico ( fotografia, effetti speciali, scenografia sono stati premiato agli premi Oscar 2010).

Un risultato atteso considerato il naturale talento di James Cameron per il comparto tecnico e gli effetti. Avatar è un film che ha ridato vitalità al 3D, una tecnologia che già all’epoca era in fase calante. Una terza dimensione che esalta gli ambienti del pianeta Pandora, rendendo ancora più affascinante la foresta, le mille creature che la abitano. Le scene in notturna esaltate dalla bioluminescenza della vegetazione sono i momenti che più mi avevano colpito durante la visione del film al cinema.

Pandora è un mondo dall aspetto incantevole che nasconde tuttavia misteri e pericoli ad ogni angolo.

Una scena del film

Avatar ha anche spinto avanti la tecnologia della performance capture una tecnica che attraverso l’utilizzo di speciali videocamere permette di catturare i movimenti e le espressioni degli attori nella loro totalità, mettendoli poi all’interno di un personaggio creato interamente in computer grafica. Il risultato è vedere le vere performance di Sam Worthington (Jake) e Zoe Saldana (Neytiri) e degli altri protagonisti attraverso i volti digitali dei loro personaggi.

Il film può contare anche su una splendida fotografia con colori molto brillanti che caratterizzano il mondo di Pandora, contrapposto ai toni scuri delle strutture industriali e degli ambienti militari terrestri.

La storia di Avatar può sembrare già sentita e questo aspetto è stato forse il più criticato del film. Lo scontro tra i terrestri inquinatori e colonialisti e la tribù di indifesi indigeni ricorda molto Pocahontas e altri classici del genere avventura e western.

James Cameron effettivamente indugia nei cliché in più di qualche occasione. I militari ottusi si dimostrano degli antagonisti inevitabilmente poco approfonditi e stereotipati ( simili a quelli di Aliens ). I messaggi e la morale del film sono convenzionali e già sentiti.

Da questo punto di vista forse poteva essere fatto un lavoro migliore ma tutto sommato il film si segue con piacere e non ci si annoia. I personaggi principali come Jake e Neytiri sono sviluppati a sufficienza e non ho notato grosse lacune nello svolgersi della trama.

In conclusione consiglio Avatar a quanti siano interessati al cinema di James Cameron e a chi stia cercando un film di fantascienza non troppo impegnativo e godibile.

Recensione Terminator: Destino Oscuro

Destino Oscuro è quasi un remake di Terminator 2 e propone una storia con troppi déjà vu

Terminator: Destino Oscuro è un film diretto da Tim Miller del 2019.

Dopo il fallimento della missione del Terminator T-1000 di uccidere John Connor e la distruzione nel passato di ciò che sarebbe diventato Skynet, 27 anni dopo un nuovo modello di Terminator chiamato Rev-9 viene inviato ai giorni nostri a Città del Messico per uccidere Daniella Ramos. Daniella è una giovane donna che ancora non sa di avere un ruolo chiave nel destino della lotta dell’umanità contro le macchine. In suo aiuto accorreranno due eroine, la famosa Sarah Connor e Grace, una soldatessa potenziata proveniente dal futuro

Terminator: Destino Oscuro è il seguito immaginato e voluto da James Cameron di Terminator 2: Il giorno del giudizio. Nell’idea del creatore di questo immaginario fantascientifico, Destino Oscuro non tiene conto dei sequel che sono stati finora prodotti dal 1992 ad oggi, Terminator 3 – Le macchine ribelli (2003), Terminator Salvation (2009), Terminator: Genysis (2015).

La storia riprende dalle vicende che avevamo già visto nell’ultimo Terminator diretto da James Cameron e in questo contesto ritornano anche personaggi che avevamo lasciato nel passato, come Sarah Connor ( Linda Hamilton ) e il T-800 ( Arnold Schwarzenegger ), quest’ultimo che aveva preso parte anche ai sequel Terminator 3 e Genysis.

In realtà per molti aspetti la storia raccontata in Terminator: Destino Oscuro è simile a quello che avevamo già visto in Terminator 2. Tim Miller realizza un film che si basa molto sul suo diretto predecessore. L’effetto è un po’ già visto e questo era uno dei pericoli a cui il film poteva andare incontro. Rivisitare a più di 27 anni di distanza personaggi e intrecci già trattati in passato potrebbe far sembrare questo Destino Oscuro una mera operazione commerciale per battere cassa su un franchise ormai concluso.

Alla fine questo film aggiunge qualcosa all’immaginario di Terminator, ma lo fa in maniera troppo poco convincente. L’idea e l’atmosfera del primo film diretto da Cameron nel 1984 si percepisce solo a tratti. Il regista Tim Miller, più a suo agio nei cinecomic ( Deadpool ) e qui vincolato dalla visione di Cameron, realizza un film molto movimentato e diverso per molti versi rispetto a Terminator 2.

Certo i tempi sono passati e anche questo franchise deve evolversi, ma le scene d’azione e i mirabolanti effetti speciali alla lunga possono stancare. Destino Oscuro è un film ad alto ritmo con molte concitate sequenze action che possono annoiare in fretta perché troppo movimentate e dinamiche, al limite della confusione. Per altro i momenti più ironici e le parti discorsive sono girate bene segno che Tim Miller è comunque un regista adatto per questo film. Il risultato da questo punti di vista è, a mio parere, altalenante.

Grace ( Mckenzie Davis ) e Daniella Ramos ( Natalia Reyes )

Per poter essere efficace Destino Oscuro doveva, secondo me, proporre una storia inedita, osare con un intreccio di situazioni nuove, far leva su due protagonisti storici del franchise, Sarah Connor e il vecchio T-800, per arricchire quello che abbiamo già visto nei precedenti film e acquisire così un suo carattere originale.

Purtroppo nel film il personaggio di Sarah Connor non viene ulteriormente approfondito e si limita a fare la parte che conosciamo. Va meglio per il T-800 interpretato da Schwarzenegger che in questo caso compie un percorso narrativo più interessante ma è spiegato poco e viene trattato frettolosamente. Lo spettatore rimane quindi interdetto e a fine film molte domande sul suo personaggio non trovano risposta.

Anche dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, al di là di alcune intuizioni, Destino Oscuro non fa vedere niente di nuovo negli scenari e nei Terminator del futuro. Sembra quasi di essere fermi agli anni ’90 e questo non può che far rimanere delusi. Soprattutto se il produttore è James Cameron, un autore che è un’autorità nel genere fantascientifico e ama utilizzare nuove tecnologie, in ambito generale e cinematografico.

Il film risulta più interessante nel mostrare l’interazione tra le donne eroine protagoniste, Sarah Connor, Daniella Ramos e Grace. Tre persone di generazioni diverse, con esperienze e vissuti completamente differenti. Anche in questo caso l’approfondimento è solo sufficiente e mi ha lasciato la voglia di vedere molto di più, soprattutto di vedere dei reali confronti tra di loro, al di la delle scene action obbligatorie.

Il Rev – 9, l’antagonista di questo film, interpretato dall’attore Gabriel Luna è solo sufficiente. Combina le capacità del T-800 e del T-1000 e rappresenta quindi una minaccia veramente temibile. Tuttavia la sua presenza è incolore e risulta troppo simile, anche come sembianze, al T-1000 di Terminator 2.

In conclusione, mi sento di consigliare Terminator: Destino Oscuro solo agli amanti del franchise. Come film di fantascienza in se non mi ha entusiasmato.

Recensione Terminator

Il cyborg assassino venuto dal futuro, un classico della fantascienza firmato Cameron

Terminator è un film del 1984 diretto da James Cameron.

2029, l’intelligenza artificiale Skynet ha preso il sopravvento sull’umanità e conduce una guerra per sterminare tutti gli umani. Per assestare il colpo di grazia alla resistenza guidata dall’abile e battagliero John Connor, Skynet invia indietro nel tempo, negli anni ’80, un cyborg assassino chiamato Terminator, per uccidere la madre di Connor e cancellare così la resistenza.

Terminator è diventato con il passare del tempo un vero cult movie nel genere fantascientifico. Un film che contribui a lanciare la carriera del giovane regista Cameron e a consolidare quella di Arnold Schwarzenegger. Il film diede parallelamente vita a un filone che ancora oggi affascina e occupa un posto nel cuore di molti fan.

Terminator in principio non fu un blockbuster nel senso stretto del termine, fu realizzato con un budget ridotto e per l’epoca fu un risultato notevole sia per gli effetti speciali, sia per la componente action. Il tempo e il successo riscosso ne decretarono poi la popolarità che aumentò anche grazie al sequel diretto dallo stesso Cameron, Terminator 2: Il giorno del giudizio.

L’idea alla base del film, il futuro apocalittico dominato dalle macchine e le fattezze mostruose del cyborg assassino furono il risultato di una visione di James Cameron che dichiarò di aver avuto questa idea dopo aver sognato uno scheletro metallico avvolto nelle fiamme una notte mentre soggiornava in un albergo a Roma, nei primi anni ’80.

Il film si sviluppa a partire dalla storia di Sarah Connor ( Linda Hamilton ), una giovane ragazza che vive a Los Angeles e fa la cameriera. L’apparente spensieratezza della giovane viene ben presto turbata dall’arrivo del cyborg e dall’inizio della caccia. In suo soccorso arriverà un misterioso soldato venuto dal futuro per proteggerla, Kyle Reese ( Michael C. Biehn ).

Tra i personaggi non si può non parlare della prova di Arnold Schwarzenegger che diventerà famoso per il ruolo del cyborg e ruba la scena in ogni inquadratura. Il suo fisico da culturista e le sue movenze rendono il personaggio verosimile e il suo forte accento austriaco diventerà iconico per come riesce a sembrare artificiale e robotico.

Terminator è stato girato soprattutto di notte, James Cameron ci fa vedere una Los Angeles livida e illuminata da abbaglianti luci e insegne. La fotografia predilige colori scuri nelle aree urbane, la natura e il sole si vedono solo raramente. Un espediente didascalico ma efficace per definire l’atmosfera dove si svolge la vicenda.

Cromaticamente Cameron fa diversi paralleli tra grosse macchine industriali nelle scene ambientate negli anni ’80 e le sequenze ambientate nel futuro, dove le macchine sono diventate dei killer. I due mondi sembrano sempre più vicini con il passare del tempo e lo scenario dove Sarah Connor e Kyle Reese scappano diventa un’anticipazione sempre più concreta del futuro apocalittico che verrà.

Dal punto di vista degli effetti speciali il film spicca per le soluzioni adottate per rendere credibile il Terminator. Tra le sequenze più interessanti non si può non citare la sequenza e il confronto armato nel locale Tech Noir. Un altro momento degno di una citazione è la sequenza dove vediamo il cyborg ripararsi l’avambraccio e l’occhio e rimuovere il tessuto “umano” con cui è camuffato. Un momento horror /sci- fi impressionante visti anche i mezzi e la mancanza di effetti digitali all’epoca.

In conclusione, consiglio Terminator a tutti gli amanti del cinema di fantascienza e a coloro che apprezzano le pellicole del regista James Cameron.

Recensione Star Wars: Episodio V – L’Impero colpisce ancora

Il sequel di Guerre Stellari espande e arricchisce l’universo della saga

Star Wars: Episodio V – L’impero colpisce ancora è un film del 1980 diretto da Irvin Kershner.

Dopo la distruzione della Morte Nera, l’Impero galattico cerca di rintracciare le basi ribelli per annientare la resistenza. I ribelli vengono braccati nel pianeta ghiacciato di Hoth. Dopo una fuga roccambolesca, Luke Skywalker si dirige verso il pianeta Dagobah per iniziare l’addestramento con il maestro Jedi Yoda. Han Solo e la principessa Leila tentano invece di raggiungere la nuova base dell’alleanza ribelle.

L’Impero colpisce ancora è un film che si distingue nettamente rispetto al suo predecessore Episodio IV – Una nuova speranza a partire dal tono drammatico che mette in scena. Dalle prime scene capiamo che i nostri eroi sono in pericolo e dovranno affrontare difficoltà e sfide molto più pericolose di quelle che abbiamo visto finora.

Il tono quasi scanzonato del precedente episodio è un pallido ricordo. I protagonisti guadagnano spessore e ci sentiamo sempre più coinvolti nelle loro sorti. Gli scenari di Guerre Stellari appaiono più grandiosi che mai. La storia ha un intreccio efficace e il ritmo è sempre alto.

Luke Skywalker è ancora un apprendista che si sta affacciando a scoprire le sue vere potenzialità grazie all’addestramento con il maestro Jedi Yoda. Anche Han Solo e Leila hanno più spazio in questo film rispetto al precedente, cominciamo a conoscere di più della loro dinamica e vediamo l’inizio della loro relazione sentimentale.

Una delle più grandi sorprese de l’Impero colpisce ancora è Darth Vader ( Darth Fener nella versione italiana). Finora avevamo avuto solo un assaggio della sua malvagità. Vader in questa pellicola è spietato e astuto, determinato a stanare l’alleanza ribelle. Un vero osso duro e un incubo per gli stessi generali della flotta imperiale. Gli ufficiali diventano il target principale della sua collera e Vader non esita a giustiziarli sommariamente in caso lo deludano.

Il film introduce anche la figura dell’ Imperatore, un villain che avrà una parte fondamentale nell’episodio successivo, Episodio VI – il Ritorno dello Jedi.

La caratterizzazione dell’Impero è rinforzata anche dal nuovo tema, La Marcia Imperiale, scritto da John Williams e che accompagna molte sequenze. Il brano diventerà uno dei più iconici della saga.

Dal punto di vista della fotografia e degli effetti speciali il film guadagna in spettacolarità e mette in scena alcune delle sequenze d’azione più belle della trilogia. Alcuni esempi sono: l’inseguimento del Millenium Falcon nel campo di asteroidi, una delle scene che è rimasta nei ricordi di ogni fan della trilogia, tutte le sequenze girate nella Città delle Nuvole ( Cloud City ), in particolare le sequenze in esterna restano tra i momenti più belli.

Il duello tra Luke Skywalker e Darth Vader è un’altra pietra miliare. Un confronto dominato da toni scuri dell’ambiente, completato da effetti speciali non invasivi e ben calibrati, che lo rendono uno degli scontri indimenticabili di questa trilogia.

Non posso che consigliare a tutti L’impero colpisce ancora. Un film che personalmente metto nella collana dei film imperdibili della grande saga di Guerre Stellari.