Jurassic Park

Il parco dei dinosauri, immaginato nel romanzo di Crichton e creato da Spielberg per il cinema

Jurassic Park è un film del 1993 diretto da Steven Spielberg.

Il ricco magnate John Hammond costruisce in un’isola al largo della Costa Rica un parco naturalistico che ospita i dinosauri. Gli esemplari, ricreati grazie all’ingegneria genetica, dovrebbero costituire l’attrazione più importante. Prima dell’inaugurazione, Hammond decide di invitare una coppia di paleontologi, un matematico e un avvocato per mostrare in anteprima le stupefacenti attrazioni. Le cose non andranno come previsto.

Jurassic Park è un classico degli anni ’90, realizzato da Steven Spielberg e basato sull’omonimo romanzo di Michael Crichton. Come molti altri bambini all’epoca, ricordo che vidi il film in VHS e mi piacque, ricco come è di azione e sequenze spettacolari. Rivisto oggi ad oltre 25 anni di distanza, Jurassic Park rimane un buon film con pregi e alcuni difetti.

La storia scorre ed è sviluppata bene, la sceneggiatura è discreta. La suspence che Spielberg crea intorno ai dinosauri è funzionale e mantiene lo spettatore coinvolto per tutta la durata della pellicola. Lo sconcerto dei protagonisti che per la prima volta si trovano in contatto con questi animali preistorici, è reso bene.

Le scene d’azione nel complesso sono realizzate molto bene, Spielberg è noto per la sua particolare attenzione al dettaglio e per la sua indubbia abilità registica. Tra i momenti più iconici del film non si possono non ricordare i famosi passi del temibile Tyrannosaurus rex, che si riverberano in un bicchiere d’acqua appoggiato nel cruscotto di una delle jeep del parco, poco prima della sua apparizione sulla scena.

Gli effetti speciali del film furono realizzati dalla Industrial Light & Magic di George Lucas e furono sbalorditivi per l’epoca. Ancora oggi, nonostante gli anni, la computer grafica è di alto livello e non sfigura se paragonata a prodotti più recenti. Il merito è anche di un utilizzo intelligente di ambientazioni, effetti digitali e animatronic, questi ultimi utilizzati soprattutto per alcune scene ravvicinate dove venivano inquadrate solo parti degli animali.

Spielberg è stato anche intelligente nel mischiare spettacolarità e messaggio, la morale di Jurassic Park vuole avvertire verso un utilizzo fuori controllo delle tecnologie genetiche, che possono arrivare a produrre risultati sorprendenti, ma anche pericolosi.

Le iconiche musiche del film sono state composte da John Williams ed aggiungono la giusta nota di pathos ad alcune sequenze chiave del film.

Jurassic Park all’epoca ottenne 3 Oscar e fu un grande successo di pubblico, incassando in tutto il mondo più di 900 milioni di dollari. Furono prodotti due seguiti, Il mondo perduto – Jurassic Park (1997) e Jurassic Park III (2001).

In conclusione consiglio la visione di Jurassic Park a chi sia alla cerca di un buon film d’azione firmato Spielberg.

Humandroid

Chappie, il droide della polizia dotato di coscienza

Humandroid (Chappie) è un film del 2015 diretto da Neil Blomkamp.

Johannesburg 2016, Deon Wilson è il creatore dei droidi delle unità d’intervento della polizia sudafricana e lavora per la grossa corporation che li produce, la Tetravaal. Nel tempo libero Deon lavora anche ad un progetto per la costruzione della prima intelligenza artificiale. Una notte riesce a completare la sua creazione e il giorno dopo decide di inserire questo programma all’interno di un droide danneggiato della Tretravaal, a scopo di test. Purtroppo le cose non andranno come previsto.

Humandroid è il terzo film di Neil Blomkamp, noto regista sudafricano già autore di District 9 (2009) e Elysium (2013). Tratto da un cortometraggio da lui stesso realizzato nel 2004, chiamato Tetra Vaal.

Il film, in lingua originale intitolato Chappie, racconta la storia del primo droide con una coscienza chiamato simpaticamente Chappie dalla banda di ganster che lo “adotterà” nel film. Il programma sviluppato dal protagonista Deon, trasforma quello che prima era una semplice unità da intervento della polizia in un essere pensante, dotato di emozioni e sentimenti.

L’umanizzazione delle macchine è un tema noto nel genere fantascientifico. Il regista Blomkamp costruisce tutto il film attorno alla figura del droide, rendendo bene lo sviluppo e le incertezze di una coscienza che si affaccia per la prima volta al mondo reale. Grazie ad ottimi effetti speciali e ad una messa in scena efficace, come pubblico non possiamo non simpatizzare per questo curioso protagonista.

Chappie parla col suo creatore Deon

I primi passi, la scoperta di avere una coscienza, l’impatto con la violenza e la successiva maturazione del droide sono forse le parti più interessanti e memorabili del film.

Humandroid tratta anche altri temi, come quello delle disuguaglianze sociali, del rifiuto del diverso e il ruolo del mondo digitale nella società contemporanea. Humandroid mette molta carne al fuoco in questo senso e non è in grado di sviluppare bene tutti questi argomenti, alcuni di questi rimangono purtroppo solo abbozzati.

Anche la sceneggiatura ha qualche difetto, soprattutto nel caratterizzare i personaggi secondari che rimangono sempre sullo sfondo e il loro approfondimento è solo sufficiente.

Nel film non mancano lunghe sequenze d’azione in pieno stile Blomkamp, con uso massicco del rallenty, enfasi sulle armi più distruttive e inseguimenti al cardiopalma.

I personaggi comprimari sono tutti discreti, si apprezza soprattutto la prova dell’attore Hugh Jackman come cattivo guerrafondaio e il curioso duo di rapper sudafricani Watkin Tudor Jones, Yolandi Visser che interpretano insieme a Jose Pablo Cantillo la “famiglia” ganster di Chappie.

In conclusione mi sento di consigliare Humandroid soprattutto agli amanti dei sci-fi d’azione e a chi apprezzi il cinema di Blomkamp.

Jurassic World – Il regno distrutto

I dinosauri di Jurassic World sull’orlo di una seconda estinzione

Jurassic World – Il regno distrutto è un film del 2018 diretto da Juan Antonio Bayona.

I dinosauri di Isla Nublar sono nuovamente in pericolo, dopo la distruzione del parco di Jurassic World il vulcano che domina l’isola sta per eruttare. Per salvare una parte degli esemplari viene inviata una nave che si rivela ben presto piena di mercenari senza scrupoli intenzionati a rivendere i dinosauri al miglior offerente sulla terra ferma.
Sull’isola arriva anche Claire Dearing ( Bryce D. Howard ), l’ex manager del parco giurassico, insieme a Owen Grady ( Chris Pratt ) ex ricercatore esperto di Velociraptor, Franklin Webb e la paleo-veterinaria Zia Rodriguez. La loro missione è trovare Blue, il velociraptor addestrato da Grady.

Jurassic World – Il regno distrutto continua la storia dei protagonisti che avevamo conosciuto nel precedente Jurassic World. Il film diretto dal regista spagnolo Bayona è diviso pressapoco in due parti. Le vicende nello scenario dell’isola Isla Nublar e quelle nella tenuta di Lockwood in California. Il regno distrutto non introduce particolari novità rispetto ai precedenti film del franchise, si fa notare per i buoni effetti speciali e per alcune sequenze realizzate tecnicamente bene.

Il film è meno interessante per la storia che racconta. La sceneggiatura è approssimativa e non particolarmente curata. La vicenda si svolge in modo convenzionale con qualche lungaggine di troppo, soprattutto nel finale. I colpi di scena non sono molto efficaci e non mi hanno sorpreso. Ci sono, come per il precedente film, alcuni rimandi ai vecchi film di Jurassic Park, ma vengono trattati come momenti per i fan, e non sono significativi per l’evolversi della storia.

Nella parte conclusiva del film Bayona inserisce i dinosauri in uno scenario diverso che non avevamo mai visto prima, gli interni di una antica villa. Un’idea un po’ horror che poteva essere interessante ma alla fine risulta non particolarmente efficace e addirittura cade nel trash nelle sequenze dell’asta dei dinosauri.

Gli attori fanno un lavoro discreto ma nessuno spicca per particolare bravura anche perché sembra proprio ci sia poco margine di manovra vista la sceneggiatura. Bryce D. Howard e Chris Pratt confezionano comunque una prova discreta.

In conclusione mi sento di consigliare Jurassic World – Il regno distrutto solo a chi cerchi un film per passare un paio d’ore di distrazione senza impegno.

Parasite

Una storia come metafora delle disparità sociali nella società di oggi

Parasite è un film diretto da Bong Joon-ho nel 2019

La famiglia Kim vive di espedienti in uno dei quartieri poveri di Seoul, in uno sporco appartamento seminterrato. Una sera Ki-woo, il figlio maschio della famiglia, incontra un suo amico che gli offre la possibilità di sostituirlo per dare ripetizioni alla giovane figlia della famiglia Park, una delle più ricche della città. Il giovane accetta e una volta ottenuta la fiducia della madre della figlia comincia ad elaborare uno stratagemma per inserire anche gli altri membri della famiglia alle dipendenze dei Park.

Parasite è l’acclamato ultimo film diretto dal cineasta sud coreano Bong Joon-ho. Il lungometraggio è risultato vincitore, tra i numerosi altri premi, della Palma d’Oro a Cannes 2019 e degli Oscar come Miglior Film Straniero e Miglior Film alla cerimonia degli Oscar 2020.

La famiglia Kim

Ero scettico riguardo a questo nuovo film del regista coreano perché non avevo apprezzato più di tanto il suo precedente Snowpiercer. Al di là delle riserve che avevo, e considerando i giudizi entusiasti che ho avuto modo di leggere su riviste e testate online, ho comunque deciso di vedere il film, sperando che mi avrebbe soddisfatto.

Devo ammettere che Parasite merita molti degli elogi che gli sono stati fatti.

La storia è efficace ed è supportata da una sceneggiatura più che buona. Rispetto a Snowpiercer, ho trovato la trama più coerente e più semplice da seguire. Bong Joon-ho non rinuncia al suo stile ma le scene d’azione e al rallentatore sono più calibrate e questo, secondo me, rende il film più godibile.

Le vicende che vengono narrate sono intrecciate in un labirinto di situazioni che portano ad un finale aperto. Tra i vari messaggi che il film veicola è chiaro che Bong Joon-ho abbia un forte interesse per la disparità sociale, le dinamiche antropologiche che governano la società coreana e più in generale quella occidentale. In Snowpiercer questi temi erano già presenti, i vagoni del treno dividevano proprio fisicamente le classi più abbienti da quelle più povere.

In Parasite questa divisione è invece declinata in altezza, i ricchi stanno in alto, nel lussuoso quartiere bene di Seoul, i poveri in basso. All’interno di ogni ambiente, di ogni stanza che vediamo nel film ci sono sempre più dimensioni, c’è sempre qualcuno più in basso o più in alto dei protagonisti.

Il salotto dell’incredibile casa della famiglia Park

Il film miscela vari generi passando dalla commedia nera, al drammatico, al thriller, all’ horror. Un mix che a prima vista potrebbe sembrare caotico, in realtà Bong Joon-ho questa volta ha fatto le cose bene e la pellicola ne guadagna in ricchezza e dinamicità.

Parasite si nota poi per una regia maniacale e tecnicamente perfetta. Ogni inquadratura è ricca di significati nascosti che arricchiscono ancora di più la visione. La fotografia è eccellente. Le ambientazioni della casa dei ricchi nel quartiere lussuoso di Seoul sono splendide e girate benissimo, le scene ambientate nel quartiere povero a casa dei Kim sono eccellenti con alcuni momenti memorabili che non svelerò qui.

Gli attori sono tutti efficaci e ottimamente scelti, tra i tanti mi hanno colpito soprattutto le performance di Song Kang-ho, già comparso in Snowpiercer e di Park So-dam.

In conclusione mi sento di consigliare sicuramente Parasite come film da vedere.

Salyut 7 – La storia di un’impresa

Storia romanzata del salvataggio della stazione spaziale sovietica Salyut 7

Salyut 7 – La storia di un’impresa è un film russo del 2017 diretto da Klim Shipenko.

Giugno 1985, il centro di controllo di Mosca perde i contatti con la stazione spaziale orbitante sovietica Salyut 7. Il guasto della stazione è grave e viene deciso l’invio di due cosmonauti per riparare il malfunzionamento scongiurando la perdita della stazione e un grande imbarazzo internazionale. La missione appare però da subito un’impresa disperata.

Salyut 7 è un film ispirato ad una storia vera, i due cosmonauti protagonisti Vladimir Fyodorov e Viktor Alyokhin hanno nomi di fantasia ma sono stati scritti sulla base dei due veri cosmonauti che furono incaricati di andare a recupare la stazione Salyut a bordo della Soyuz T-13.

La missione che i due devono affrontare appare da subito molto complicata. Nessuno ha mai tentato di attraccare ad una stazione fuori controllo in orbita e le probabilità di fallire sono altissime. I due protagonisti dovranno affrontare mille imprevisti in pieno stile Apollo 13 cercando a tutti i costi di completare la missione e tornare a casa sani e salvi.

Il film è realizzato tecnicamente bene, la fotografia è ottima, gli effetti speciali sono di buon livello, il ritmo è sostenuto. La ricostruzione degli interni della stazione spaziale e della Soyuz è fedele e mi ha ricordato quanto visto in Gravity.

Tra le sequenze visivamente spettacolari ricordo il decollo della Soyuz e il rendezvous con la Stalyut 7. Le scene in orbita terrestre sono interessanti e la regia si sofferma a volte nel mostrare tramonti orbitali e il colore mutevole della superficie terrestre visibile dallo spazio.

Il film non è comunque privo di difetti e in certi momenti enfatizza troppo l’eroismo dei protagonisti in alcuni momenti drammatici, spingendo un po’ troppo sulla propaganda in stile sovietico. Alla lunga questa scelta rende il lungometraggio a tratti noioso, almeno per me.

Salyut 7 ha in ogni caso il merito di raccontare una storia sconosciuta alla maggior parte della gente. Durante la Guerra Fredda poco si sapeva del programma spaziale sovietico anche vista la segretezza dovuta al periodo storico. Sorprendente da questo punto di vista come situazioni e problemi simili siano stati vissuti sia dagli americani sia dai sovietici magari in tempi diversi ma spesso con le stesse modalità.

Protagonisti di quest’epoca sono cosmonauti, ingegneri e tecnici di cui poco si sa, anche perché non ebbero l’esposizione mediatica dei loro colleghi statunitensi. Il film rende bene l’ammirevole dedizione dei protagonisti e la consapevolezza di trovarsi in una missione dalla quale avrebbero potuto non tornare.

Consiglio questo film soprattutto a quanti siano interessati alla storia del programma spaziale sovietico e agli amanti dei film sull’esplorazione umana nello spazio.

Harry Potter e la pietra filosofale

Il giovane aspirante mago Harry Potter e la misteriosa pietra filosofale

Harry Potter e la pietra filosofale è un film del 2001 diretto da Chris Columbus.

Harry è un bambino orfano di maghi che viene affidato ai suoi zii dopo che i suoi genitori sono rimasti uccisi. Il bambino cresce negli anni malvisto dai parenti che non comprendono le sue qualità e cercano di dissuaderlo dal praticare la magia. Un giorno una misteriosa lettera viene recapitata al domicilio di Harry. Nella busta il giovane aspirante mago trova l’iscrizione alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts.

Harry Potter e la pietra filosofale è il primo film della saga dedicata al noto mago e ai suoi compagni di avventura Ron Wisley e Hermione Granger. Una saga cinematografica nata parallelamente al grande successo dei libri scritti dall’autrice J.K. Rowling.

La pietra filosofale ci mostra un Harry Potter ancora bambino, al suo primo anno nella scuola di magia. Il protagonista è interpretato dall’attore Daniel Radcliffe che si rivela adatto al ruolo ed è calato bene nella parte. Ad accompagnarlo gli altri due protagonisti interpretati da Emma Watson (Hermione) e Rupert Grint (Ron), i tre formano un trio indissolubile che vedremo in tutti gli episodi della saga.

Anche alcuni tra i personaggi comprimari sono degni di nota, ricordo le ottime prove di Alan Rickman che interpreta il minaccioso professor Piton, Silente impersonato da Richard Harris e Hagrid da Robbie Coltrane.

Il film è ben realizzato, il montaggio e gli effetti speciali sono efficaci considerando i limiti della computer grafica dell’epoca. Nonostante le oltre due ore e mezza di durata si segue con piacere e non annoia anche se in alcuni punti il film poteva essere accorciato. Chris Columbus, in ogni caso, fa un buon lavoro nello scremare la grande mole di materiale proposta nel primo libro della Rowling, il pericolo era quello di realizzare un film confuso e troppo pieno di vicende e avvenimenti.

La pietra filosofale non è un lungometraggio che punta tutto sugli effetti speciali, ma è capace di trasmettere quel senso di magia grazie a scenografie ben fatte e a intrecci di trama ben congegniati. L’atmosfera surreale del mondo incantato è un punto importante che contraddistingue questa saga e la pietra filosofale riesce bene a trasmetterla stimolando ancora di più l’immaginazione e non soffocandola con effetti speciali esagerati.

Una menzione va anche alle iconiche musiche scritte da John Williams che curò la colonna sonora del film. In particolare rimane memorabile Hedwig’s Theme, il tema musicale suonato all’apertura del film.

Harry Potter e la pietra filosofale, alla fine, mi ha lasciato con la voglia di vedere anche i successivi episodi. A mio parere è un buon film fantastico, in grado di soddisfare un pubblico molto ampio.

The Areonauts

Storia romanzata dell’ascensione del 1862 in mongolfiera che stabilì il record di altitudine

The Areonauts è un film del 2019 diretto da Tom Harper.

Londra, 1862, James Glashier ( Edward Redmayne ) è uno scienziato che crede nella possibilità di predire il tempo metereologico. Deriso dalla comunità scientifica James cercherà l’aiuto dell’ambiziosa areonauta Amelia Wren ( Felicity Jones ) e si imbarcherà nella sua mongolfiera per tentate di arrivare più in alto di qualsiasi altro essere umano per studiare l’atmosfera e comprendere così i fenomeni alla base della meteorologia.

The Areonauts è un film ispirato a fatti realmente accaduti, che racconta di un’epoca dove ancora poco si sapeva del cielo e del misterioso mondo del volo. Grazie alle mongolfiere anche la ricerca scientifica cominciò a beneficiarne per studiare vari fenomeni che accadevano solo in quota, ma lo scetticismo della comunità scientifica dell’epoca rischia di frenare la visione di James Glashier, uno scienziato convinto della possibilità di prevedere il meteo.

the areonauts
Una scena del film

Il film racconta la storia di una singolare coppia, unita da un obbiettivo comune, arrivare all’altitudine più elevata possibile. Da una parte uno scienziato molto rigoroso e ligio alle sue ricerche ma anche sognatore e visionario. Dall’altra una donna areonauta che porta con sé il fardello di un tragico passato, ma è irresistibilmente attratta dal cielo, l’unico posto, come lei stessa afferma, dove si sente veramente bene.

I due protagonisti all’inizio non vanno d’accordo ma incalzati da imprevisti e sfide che si trovano ad affrontare durante l’ascesa, riescono a trovare un equilibrio.

The Areonauts non va troppo in profondità nelle motivazioni di entrambi ma si lascia guardare intrattenendo lo spettatore. Le sequenze in cielo quando la mongolfiera comincia a prendere quota sono molto suggestive e illustrano bene come dovesse essere nuovo e meraviglioso il mondo visto dall’alto in un’epoca dove non esistevano aerei e i dirigibili erano da poco stati inventati.

Ho trovato la fotografia del film molto bella, non solo per i colori caldi che troviamo in alcune scene ambientate negli ambienti interni delle case e dei palazzi della Londra di metà ottocento ma anche nelle sequenze aeree quando la mongolfiera si avvicina alle quote più alte, i colori del cielo diventano più intensi, abbaglianti, e l’aria più rarefatta, in un’atmosfera quasi surreale.

Felicity Jones e Edward Redmayne sono convincenti come protagonisti, il film si regge alla fine quasi esclusivamente sulle loro due interpretazioni. I due avevano già interpretato insieme la Teoria del tutto, il film sulla storia dello scienziato Stephen Hawking.

La parte che mi ha convinto di meno sono alcune scene action quasi inverosimili che sembrano state aggiunte chiaramente per creare momenti adrenalinici ma che risultano a mio parere, un po’ troppo sopra le righe nel contesto del film.

In conclusione penso che The Areonauts sia un discreto film d’intrattenimento che si lascia guardare, non particolarmente impegnativo o sofisticato.

Star Wars: Episodio IX – L’Ascesa di Skywalker

Un finale sfilacciato e debole che dimostra la totale mancanza di idee nella conclusione della saga degli Skywalker

Videorecensione

Star Wars – L’ascesa di Skywalker è un film del 2019 diretto da J.J. Abrams, scritto dallo stesso regista e Chris Terrio.

L’Ascesa di Skywalker prosegue la storia di tutti i protagonisti della trilogia sequel di Guerre Stellari. Rey, Poe Dameron, Finn, Rose, la principessa Leila i due famosi droidi C-3PO e R2-D2 e il malvagio Kylo Ren. Questa nuova avventura li porterà nei territori oscuri della Galassia, nelle regioni sconosciute dove una voce minacciosa è ricomparsa dal nulla. Il redivivo signore Oscuro per eccellenza, l’imperatore Darth Sidious è tornato e dimora nel pianeta dei morti Exegol rivendicando il dominio della Galassia e minacciando di schiacciare definitivamente la Resistenza.

Trovo molto difficile scrivere qualcosa su questo film, premetto che aspettavo questo ultimo Star Wars con una certa ansia. Dall’episodio precedente, Gli Ultimi Jedi, ero rimasto coinvolto dalle vicende dei due protagonisti Rey e Kylo Ren e volevo vedere come andava a finire la loro storia più di ogni altra cosa portata avanti da questa ultima trilogia.

Ammetto che sono rimasto combattuto vedendo le prime recensioni di questo film tutte molto negative. Devo purtroppo ammettere che i commenti negativi avevano per la maggior parte ragione perché l’Ascesa di Skywalker è un film mediocre, lungo e a tratti noioso.

I problemi sono tanti, preferisco prima indicare gli aspetti positivi della pellicola. Sicuramente come generico film di fantascienza/fantasy questo Guerre Stellari può contare come anche i precedenti su effetti speciali ben curati, fotografia di buon livello e belle scenografie.

Il film è tecnicamente ben fatto e questo è uno degli aspetti più positivi. Le prove attoriali di Daisy Ridley e Adam Driver sono ottime solo grazie alla loro bravura. I due protagonisti bucano lo schermo e sono riusciti a conferire emozione in alcune scene madri del film.

Purtroppo gli aspetti positivi finiscono qui per me, l’Ascesa di Skywalker è un film che mi ha molto deluso. La trama è sfilacciata e ripetitiva, è palese che J.J. Abrams e Chris Terrio abbiano scritto una storia che da una parte ricalca ciò che già conosciamo dai tempi de Il ritorno dello Jedi e dall’altra pasticcia con personaggi e i loro vissuti, non considera ciò che sapevamo fino ad adesso e cambia le carte in tavola più volte. Tutto questo si traduce in un lungometraggio confuso, noioso, a tratti fastidioso.

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Una scena del film

A peggiorare le cose ci pensa un montaggio a mio parere pessimo. Va bene che l’azione deve essere supportata da un editing rapido per creare adrenalina e coinvolgere lo spettatore, ma qui si esagera. Tutti i primi 45 minuti di film sono troppo veloci, non si riesce a seguire bene il filo del discorso, sequenze diverse che coinvolgono i personaggi in pianeti differenti sono collegate da un montaggio frenetico che non fa altro che stordire.

Dopo la prima ora mi sentivo confuso per la velocità e il caos dovuto a sequenze d’azione anche carine ma messe insieme malissimo, il tutto condito da esplosioni, urla e musiche di John Williams combinate con lo scopo di frastornare lo spettatore.

Purtroppo anche la colonna sonora dell’amato compositore storico di Guerre Stellari in questo film risulta semplicemente esagerata. Sono belli i temi di Rey e Kylo Ren, ma in questo film non si riescono ad apprezzare perché inseriti in una baraonda continua senza tregua.

Alla fine la delusione è grande anche per i possibili sviluppi che la storia poteva potenzialmente avere e che non sono stati sfruttati. Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi aveva delineato una storia che aveva dei risvolti molto interessanti. Rey non era figlia di nessuno, Kylo Ren era in bilico tra la luce e l’oscurità ed aveva ucciso il suo mentore Snoke, la Forza non era prerogativa dei Jedi e dei Sith. Le premesse erano buone ed andavano mantenute e sviluppate ma J.J. Abrams decide di fare un brusco dietro front e dare anche a Rey un passato eccellente riportando in vita l’Imperatore. Una mossa che suona come una sterzata brusca rispetto a Episodio VIII di Rian Johnson.

Una banalizzazione che rovina lo sviluppo della storia che evidentemente Johnson non condivideva con J.J. Abrams. Il risultato è ancora confusione da parte dello spettatore e una perdita di interesse nella storia dei nostri due personaggi. Anche le scene più intense che coinvolgono Rey e Kylo, se pur recitate bene, non riescono a dare quell’emozione che ci si aspetterebbe a causa della scrittura pessima.

Il momento della conversione di Kylo Ren che avviene dopo un feroce duello con Rey, rimane una bella scena ma il rapporto tra Rey e Kylo e il loro presunto coinvolgimento sentimentale non viene trattato e solo alla fine abbiamo una sequenza dove si palesa l’attrazione che però cade nel vuoto e sembra forzata.

Non vale la pena di citare molto altro di questo film perché tutte le altre sequenze a mio parere sono puro fan service. L’Imperatore, la nuova flotta Imperiale e il finale sono senza originalità e copiano male l’ispirazione originaria presente nei primi film della trilogia originale, scadendo anche nel trash in alcune sequenze a dir poco imbarazzanti.

In conclusione consiglio L’Ascesa di Skywalker solo a coloro vogliano sapere la (deludente) fine della storia tra Rey e Kylo Ren. In tutti gli altri casi non mi sento di raccomandare questo film.

Recensione Star Wars: Episodio VI – Il ritorno dello Jedi

La redenzione di Darth Vader conclude la prima trilogia di Guerre Stellari

Il ritorno dello Jedi è un film del 1983 diretto da Richard Marquand.

Luke Skywalker, Leila e Lando Calrissian tentano di liberare Han Solo dalle sgrinfie del temibile Jabba the Hutt. Dopo un confronto a colpi di spada laser e blaster nel deserto di Tatooine i nostri eroi, recuperato Han Solo, si separano. Luke tornerà sul pianeta Degobah per concludere l’addestramento con Yoda. Leila, Han Solo e Lando si uniscono all’alleanza ribelle per organizzare l’attacco finale alla nuova Morte Nera.

Il ritorno dello Jedi è il capitolo conclusivo della prima trilogia di Guerre Stellari. Questo ultimo film racconta le vicende dei protagonisti che abbiamo imparato a conoscere nei due precedenti film ( Episodio IV – Una nuova speranza e Episodio V – L’impero colpisce ancora ) e porta a conclusione la parabola di Darth Vader.

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Luke Skywalker e Darth Vader in una scena del film

Antagonista iconico e protagonista indimenticabile di Guerre Stellari, Darth Vader è il personaggio di cui forse sappiamo di più dell’Universo fantastico e fantascientifico della saga. A lui e alle sue origini sono dedicati i tre episodi della trilogia prequel, girati da George Lucas tra il 1999 e il 2005.

Il ritorno dello Jedi mette in scena la redenzione di Vader grazie a Luke Skywalker. Il figlio renderà evidente al padre la presenza di un lato buono e chiamerà Vader con il suo vero nome, Anakin Skywalker, per la prima volta dopo molto tempo. Le sequenze in cui vediamo Luke, Vader e L’imperatore sono molto interessanti. Darth Sidious tenta di manipolare Luke come fece con Anakin a suo tempo ( vedi Episodio III – La vendetta dei Sith ), i suoi dialoghi e la pressione psicologica che il giovane Skywalker deve sopportare sono rese bene e sono la parte più interessante del film.

Il ritorno dello Jedi si distingue anche per una maggiore spettacolarità. Siamo molto distanti dal carattere quasi pionieristico negli effetti visivi del primo Star Wars del 1977. Il ritorno dello Jedi è un blockbuster maturo, che può contare su un budget considerevole e su grandi mezzi. Il film si nota per i grandi effetti speciali al servizio di elaborate e coinvolgenti scene action.

Lo spettacolare confronto finale

Anche il tono del film è diverso rispetto al precedente drammatico Episodio V. Ne il ritorno dello Jedi abbiamo sequenze forti, soprattutto nell’ultima parte del lungometraggio, ma il registro del film rimane più leggero rispetto all’Impero colpisce ancora e si avvicina di più a quello che abbiamo già visto in Una nuova speranza.

Un contributo nell’alleggerire il tono lo danno gli Ewok, buffi e pelosi indigeni originari della luna boscosa di Endor. Questi strani esserini sono stati criticati da più parti perché troppo infantili per il film. Il loro ruolo non è così fondamentale e non vengono approfonditi più di tanto. A mio parere non restano tra i personaggi memorabili di questa trilogia.

Ewok, curiosi indigeni abitanti di Endor

Dal punto di vista tecnico come già accennato il film punta sul fattore spettacolare. Scenografie, fotografia ed effetti visivi sono ancora più belli rispetto ai precedenti episodi della saga.

Le musiche sono ancora una volta affidate a John Williams. Tra i brani più famosi che mi hanno colpito in questo film ricordo il tema di Luke e Leila, suonato durante un loro incontro sulla luna di Endor.

In conclusione consiglio Il ritorno dello Jedi a quanti siano interessati a conoscere la conclusione della vicenda di Darth Vader e in ogni caso agli amanti della saga di Star Wars.

Recensione Avatar

Un kolossal d’autore visivamente affascinante

Avatar è un film del 2009 scritto e diretto da James Cameron.

Anno 2154. Pandora è un pianeta coperto di foreste pluviali abitato da una popolazione di indigeni extraterrestri chiamati Na’vi. Questo territorio ha attirato l’interesse di un’importante compagnia terrestre chiamata RDA per la presenza in grande quantità di un minerale particolarmente prezioso, l’Unobtainium.

Jake Sully un marines disabile viene incaricato di recarsi su questo misterioso pianeta per studiare la popolazione locale e facilitare l’estrazione del prezioso minerale.

Avatar è più un’epopea fantastica che un vero e proprio film di fantascienza. James Cameron realizza uno dei film più costosi mai prodotti, si stima che la realizzazione e il budget speso per la pubblicità sfiorassero i 500 milioni di dollari ( 238 milioni di dollari solo per la produzione). Una cifra astronomica ancora oggi.

Ricordo che Avatar rimase nelle sale italiane un tempo veramente lungo rispetto ad altre pellicole, mesi dopo la sua uscita andai a vederlo con un mio amico. La sala era quasi piena segno che preannunciava un grande successo, tanto che il film batté il record di lungometraggio con il maggiore incasso in assoluto ( 2,7 miliardi di dollari). Un primato che è stato recentemente raggiunto dalla pellicola Avengers: Endgame.

Al di là dei record il film ha il merito di essere particolarmente curato dal punto di vista tecnico ( fotografia, effetti speciali, scenografia sono stati premiato agli premi Oscar 2010).

Un risultato atteso considerato il naturale talento di James Cameron per il comparto tecnico e gli effetti. Avatar è un film che ha ridato vitalità al 3D, una tecnologia che già all’epoca era in fase calante. Una terza dimensione che esalta gli ambienti del pianeta Pandora, rendendo ancora più affascinante la foresta, le mille creature che la abitano. Le scene in notturna esaltate dalla bioluminescenza della vegetazione sono i momenti che più mi avevano colpito durante la visione del film al cinema.

Pandora è un mondo dall aspetto incantevole che nasconde tuttavia misteri e pericoli ad ogni angolo.

Una scena del film

Avatar ha anche spinto avanti la tecnologia della performance capture una tecnica che attraverso l’utilizzo di speciali videocamere permette di catturare i movimenti e le espressioni degli attori nella loro totalità, mettendoli poi all’interno di un personaggio creato interamente in computer grafica. Il risultato è vedere le vere performance di Sam Worthington (Jake) e Zoe Saldana (Neytiri) e degli altri protagonisti attraverso i volti digitali dei loro personaggi.

Il film può contare anche su una splendida fotografia con colori molto brillanti che caratterizzano il mondo di Pandora, contrapposto ai toni scuri delle strutture industriali e degli ambienti militari terrestri.

La storia di Avatar può sembrare già sentita e questo aspetto è stato forse il più criticato del film. Lo scontro tra i terrestri inquinatori e colonialisti e la tribù di indifesi indigeni ricorda molto Pocahontas e altri classici del genere avventura e western.

James Cameron effettivamente indugia nei cliché in più di qualche occasione. I militari ottusi si dimostrano degli antagonisti inevitabilmente poco approfonditi e stereotipati ( simili a quelli di Aliens ). I messaggi e la morale del film sono convenzionali e già sentiti.

Da questo punto di vista forse poteva essere fatto un lavoro migliore ma tutto sommato il film si segue con piacere e non ci si annoia. I personaggi principali come Jake e Neytiri sono sviluppati a sufficienza e non ho notato grosse lacune nello svolgersi della trama.

In conclusione consiglio Avatar a quanti siano interessati al cinema di James Cameron e a chi stia cercando un film di fantascienza non troppo impegnativo e godibile.