Recensione Star Wars: Episodio VI – Il ritorno dello Jedi

La redenzione di Darth Vader conclude la prima trilogia di Guerre Stellari

Il ritorno dello Jedi è un film del 1983 diretto da Richard Marquand.

Luke Skywalker, Leila e Lando Calrissian tentano di liberare Han Solo dalle sgrinfie del temibile Jabba the Hutt. Dopo un confronto a colpi di spada laser e blaster nel deserto di Tatooine i nostri eroi, recuperato Han Solo, si separano. Luke tornerà sul pianeta Degobah per concludere l’addestramento con Yoda. Leila, Han Solo e Lando si uniscono all’alleanza ribelle per organizzare l’attacco finale alla nuova Morte Nera.

Il ritorno dello Jedi è il capitolo conclusivo della prima trilogia di Guerre Stellari. Questo ultimo film racconta le vicende dei protagonisti che abbiamo imparato a conoscere nei due precedenti film ( Episodio IV – Una nuova speranza e Episodio V – L’impero colpisce ancora ) e porta a conclusione la parabola di Darth Vader.

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Luke Skywalker e Darth Vader in una scena del film

Antagonista iconico e protagonista indimenticabile di Guerre Stellari, Darth Vader è il personaggio di cui forse sappiamo di più dell’Universo fantastico e fantascientifico della saga. A lui e alle sue origini sono dedicati i tre episodi della trilogia prequel, girati da George Lucas tra il 1999 e il 2005.

Il ritorno dello Jedi mette in scena la redenzione di Vader grazie a Luke Skywalker. Il figlio renderà evidente al padre la presenza di un lato buono e chiamerà Vader con il suo vero nome, Anakin Skywalker, per la prima volta dopo molto tempo. Le sequenze in cui vediamo Luke, Vader e L’imperatore sono molto interessanti. Darth Sidious tenta di manipolare Luke come fece con Anakin a suo tempo ( vedi Episodio III – La vendetta dei Sith ), i suoi dialoghi e la pressione psicologica che il giovane Skywalker deve sopportare sono rese bene e sono la parte più interessante del film.

Il ritorno dello Jedi si distingue anche per una maggiore spettacolarità. Siamo molto distanti dal carattere quasi pionieristico negli effetti visivi del primo Star Wars del 1977. Il ritorno dello Jedi è un blockbuster maturo, che può contare su un budget considerevole e su grandi mezzi. Il film si nota per i grandi effetti speciali al servizio di elaborate e coinvolgenti scene action.

Lo spettacolare confronto finale

Anche il tono del film è diverso rispetto al precedente drammatico Episodio V. Ne il ritorno dello Jedi abbiamo sequenze forti, soprattutto nell’ultima parte del lungometraggio, ma il registro del film rimane più leggero rispetto all’Impero colpisce ancora e si avvicina di più a quello che abbiamo già visto in Una nuova speranza.

Un contributo nell’alleggerire il tono lo danno gli Ewok, buffi e pelosi indigeni originari della luna boscosa di Endor. Questi strani esserini sono stati criticati da più parti perché troppo infantili per il film. Il loro ruolo non è così fondamentale e non vengono approfonditi più di tanto. A mio parere non restano tra i personaggi memorabili di questa trilogia.

Ewok, curiosi indigeni abitanti di Endor

Dal punto di vista tecnico come già accennato il film punta sul fattore spettacolare. Scenografie, fotografia ed effetti visivi sono ancora più belli rispetto ai precedenti episodi della saga.

Le musiche sono ancora una volta affidate a John Williams. Tra i brani più famosi che mi hanno colpito in questo film ricordo il tema di Luke e Leila, suonato durante un loro incontro sulla luna di Endor.

In conclusione consiglio Il ritorno dello Jedi a quanti siano interessati a conoscere la conclusione della vicenda di Darth Vader e in ogni caso agli amanti della saga di Star Wars.

Recensione Avatar

Un kolossal d’autore visivamente affascinante

Avatar è un film del 2009 scritto e diretto da James Cameron.

Anno 2154. Pandora è un pianeta coperto di foreste pluviali abitato da una popolazione di indigeni extraterrestri chiamati Na’vi. Questo territorio ha attirato l’interesse di un’importante compagnia terrestre chiamata RDA per la presenza in grande quantità di un minerale particolarmente prezioso, l’Unobtainium.

Jake Sully un marines disabile viene incaricato di recarsi su questo misterioso pianeta per studiare la popolazione locale e facilitare l’estrazione del prezioso minerale.

Avatar è più un’epopea fantastica che un vero e proprio film di fantascienza. James Cameron realizza uno dei film più costosi mai prodotti, si stima che la realizzazione e il budget speso per la pubblicità sfiorassero i 500 milioni di dollari ( 238 milioni di dollari solo per la produzione). Una cifra astronomica ancora oggi.

Ricordo che Avatar rimase nelle sale italiane un tempo veramente lungo rispetto ad altre pellicole, mesi dopo la sua uscita andai a vederlo con un mio amico. La sala era quasi piena segno che preannunciava un grande successo, tanto che il film batté il record di lungometraggio con il maggiore incasso in assoluto ( 2,7 miliardi di dollari). Un primato che è stato recentemente raggiunto dalla pellicola Avengers: Endgame.

Al di là dei record il film ha il merito di essere particolarmente curato dal punto di vista tecnico ( fotografia, effetti speciali, scenografia sono stati premiato agli premi Oscar 2010).

Un risultato atteso considerato il naturale talento di James Cameron per il comparto tecnico e gli effetti. Avatar è un film che ha ridato vitalità al 3D, una tecnologia che già all’epoca era in fase calante. Una terza dimensione che esalta gli ambienti del pianeta Pandora, rendendo ancora più affascinante la foresta, le mille creature che la abitano. Le scene in notturna esaltate dalla bioluminescenza della vegetazione sono i momenti che più mi avevano colpito durante la visione del film al cinema.

Pandora è un mondo dall aspetto incantevole che nasconde tuttavia misteri e pericoli ad ogni angolo.

Una scena del film

Avatar ha anche spinto avanti la tecnologia della performance capture una tecnica che attraverso l’utilizzo di speciali videocamere permette di catturare i movimenti e le espressioni degli attori nella loro totalità, mettendoli poi all’interno di un personaggio creato interamente in computer grafica. Il risultato è vedere le vere performance di Sam Worthington (Jake) e Zoe Saldana (Neytiri) e degli altri protagonisti attraverso i volti digitali dei loro personaggi.

Il film può contare anche su una splendida fotografia con colori molto brillanti che caratterizzano il mondo di Pandora, contrapposto ai toni scuri delle strutture industriali e degli ambienti militari terrestri.

La storia di Avatar può sembrare già sentita e questo aspetto è stato forse il più criticato del film. Lo scontro tra i terrestri inquinatori e colonialisti e la tribù di indifesi indigeni ricorda molto Pocahontas e altri classici del genere avventura e western.

James Cameron effettivamente indugia nei cliché in più di qualche occasione. I militari ottusi si dimostrano degli antagonisti inevitabilmente poco approfonditi e stereotipati ( simili a quelli di Aliens ). I messaggi e la morale del film sono convenzionali e già sentiti.

Da questo punto di vista forse poteva essere fatto un lavoro migliore ma tutto sommato il film si segue con piacere e non ci si annoia. I personaggi principali come Jake e Neytiri sono sviluppati a sufficienza e non ho notato grosse lacune nello svolgersi della trama.

In conclusione consiglio Avatar a quanti siano interessati al cinema di James Cameron e a chi stia cercando un film di fantascienza non troppo impegnativo e godibile.

Recensione Terminator: Destino Oscuro

Destino Oscuro è quasi un remake di Terminator 2 e propone una storia con troppi déjà vu

Terminator: Destino Oscuro è un film diretto da Tim Miller del 2019.

Dopo il fallimento della missione del Terminator T-1000 di uccidere John Connor e la distruzione nel passato di ciò che sarebbe diventato Skynet, 27 anni dopo un nuovo modello di Terminator chiamato Rev-9 viene inviato ai giorni nostri a Città del Messico per uccidere Daniella Ramos. Daniella è una giovane donna che ancora non sa di avere un ruolo chiave nel destino della lotta dell’umanità contro le macchine. In suo aiuto accorreranno due eroine, la famosa Sarah Connor e Grace, una soldatessa potenziata proveniente dal futuro

Terminator: Destino Oscuro è il seguito immaginato e voluto da James Cameron di Terminator 2: Il giorno del giudizio. Nell’idea del creatore di questo immaginario fantascientifico, Destino Oscuro non tiene conto dei sequel che sono stati finora prodotti dal 1992 ad oggi, Terminator 3 – Le macchine ribelli (2003), Terminator Salvation (2009), Terminator: Genysis (2015).

La storia riprende dalle vicende che avevamo già visto nell’ultimo Terminator diretto da James Cameron e in questo contesto ritornano anche personaggi che avevamo lasciato nel passato, come Sarah Connor ( Linda Hamilton ) e il T-800 ( Arnold Schwarzenegger ), quest’ultimo che aveva preso parte anche ai sequel Terminator 3 e Genysis.

In realtà per molti aspetti la storia raccontata in Terminator: Destino Oscuro è simile a quello che avevamo già visto in Terminator 2. Tim Miller realizza un film che si basa molto sul suo diretto predecessore. L’effetto è un po’ già visto e questo era uno dei pericoli a cui il film poteva andare incontro. Rivisitare a più di 27 anni di distanza personaggi e intrecci già trattati in passato potrebbe far sembrare questo Destino Oscuro una mera operazione commerciale per battere cassa su un franchise ormai concluso.

Alla fine questo film aggiunge qualcosa all’immaginario di Terminator, ma lo fa in maniera troppo poco convincente. L’idea e l’atmosfera del primo film diretto da Cameron nel 1984 si percepisce solo a tratti. Il regista Tim Miller, più a suo agio nei cinecomic ( Deadpool ) e qui vincolato dalla visione di Cameron, realizza un film molto movimentato e diverso per molti versi rispetto a Terminator 2.

Certo i tempi sono passati e anche questo franchise deve evolversi, ma le scene d’azione e i mirabolanti effetti speciali alla lunga possono stancare. Destino Oscuro è un film ad alto ritmo con molte concitate sequenze action che possono annoiare in fretta perché troppo movimentate e dinamiche, al limite della confusione. Per altro i momenti più ironici e le parti discorsive sono girate bene segno che Tim Miller è comunque un regista adatto per questo film. Il risultato da questo punti di vista è, a mio parere, altalenante.

Grace ( Mckenzie Davis ) e Daniella Ramos ( Natalia Reyes )

Per poter essere efficace Destino Oscuro doveva, secondo me, proporre una storia inedita, osare con un intreccio di situazioni nuove, far leva su due protagonisti storici del franchise, Sarah Connor e il vecchio T-800, per arricchire quello che abbiamo già visto nei precedenti film e acquisire così un suo carattere originale.

Purtroppo nel film il personaggio di Sarah Connor non viene ulteriormente approfondito e si limita a fare la parte che conosciamo. Va meglio per il T-800 interpretato da Schwarzenegger che in questo caso compie un percorso narrativo più interessante ma è spiegato poco e viene trattato frettolosamente. Lo spettatore rimane quindi interdetto e a fine film molte domande sul suo personaggio non trovano risposta.

Anche dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, al di là di alcune intuizioni, Destino Oscuro non fa vedere niente di nuovo negli scenari e nei Terminator del futuro. Sembra quasi di essere fermi agli anni ’90 e questo non può che far rimanere delusi. Soprattutto se il produttore è James Cameron, un autore che è un’autorità nel genere fantascientifico e ama utilizzare nuove tecnologie, in ambito generale e cinematografico.

Il film risulta più interessante nel mostrare l’interazione tra le donne eroine protagoniste, Sarah Connor, Daniella Ramos e Grace. Tre persone di generazioni diverse, con esperienze e vissuti completamente differenti. Anche in questo caso l’approfondimento è solo sufficiente e mi ha lasciato la voglia di vedere molto di più, soprattutto di vedere dei reali confronti tra di loro, al di la delle scene action obbligatorie.

Il Rev – 9, l’antagonista di questo film, interpretato dall’attore Gabriel Luna è solo sufficiente. Combina le capacità del T-800 e del T-1000 e rappresenta quindi una minaccia veramente temibile. Tuttavia la sua presenza è incolore e risulta troppo simile, anche come sembianze, al T-1000 di Terminator 2.

In conclusione, mi sento di consigliare Terminator: Destino Oscuro solo agli amanti del franchise. Come film di fantascienza in se non mi ha entusiasmato.

Recensione Terminator

Il cyborg assassino venuto dal futuro, un classico della fantascienza firmato Cameron

Terminator è un film del 1984 diretto da James Cameron.

2029, l’intelligenza artificiale Skynet ha preso il sopravvento sull’umanità e conduce una guerra per sterminare tutti gli umani. Per assestare il colpo di grazia alla resistenza guidata dall’abile e battagliero John Connor, Skynet invia indietro nel tempo, negli anni ’80, un cyborg assassino chiamato Terminator, per uccidere la madre di Connor e cancellare così la resistenza.

Terminator è diventato con il passare del tempo un vero cult movie nel genere fantascientifico. Un film che contribui a lanciare la carriera del giovane regista Cameron e a consolidare quella di Arnold Schwarzenegger. Il film diede parallelamente vita a un filone che ancora oggi affascina e occupa un posto nel cuore di molti fan.

Terminator in principio non fu un blockbuster nel senso stretto del termine, fu realizzato con un budget ridotto e per l’epoca fu un risultato notevole sia per gli effetti speciali, sia per la componente action. Il tempo e il successo riscosso ne decretarono poi la popolarità che aumentò anche grazie al sequel diretto dallo stesso Cameron, Terminator 2: Il giorno del giudizio.

L’idea alla base del film, il futuro apocalittico dominato dalle macchine e le fattezze mostruose del cyborg assassino furono il risultato di una visione di James Cameron che dichiarò di aver avuto questa idea dopo aver sognato uno scheletro metallico avvolto nelle fiamme una notte mentre soggiornava in un albergo a Roma, nei primi anni ’80.

Il film si sviluppa a partire dalla storia di Sarah Connor ( Linda Hamilton ), una giovane ragazza che vive a Los Angeles e fa la cameriera. L’apparente spensieratezza della giovane viene ben presto turbata dall’arrivo del cyborg e dall’inizio della caccia. In suo soccorso arriverà un misterioso soldato venuto dal futuro per proteggerla, Kyle Reese ( Michael C. Biehn ).

Tra i personaggi non si può non parlare della prova di Arnold Schwarzenegger che diventerà famoso per il ruolo del cyborg e ruba la scena in ogni inquadratura. Il suo fisico da culturista e le sue movenze rendono il personaggio verosimile e il suo forte accento austriaco diventerà iconico per come riesce a sembrare artificiale e robotico.

Terminator è stato girato soprattutto di notte, James Cameron ci fa vedere una Los Angeles livida e illuminata da abbaglianti luci e insegne. La fotografia predilige colori scuri nelle aree urbane, la natura e il sole si vedono solo raramente. Un espediente didascalico ma efficace per definire l’atmosfera dove si svolge la vicenda.

Cromaticamente Cameron fa diversi paralleli tra grosse macchine industriali nelle scene ambientate negli anni ’80 e le sequenze ambientate nel futuro, dove le macchine sono diventate dei killer. I due mondi sembrano sempre più vicini con il passare del tempo e lo scenario dove Sarah Connor e Kyle Reese scappano diventa un’anticipazione sempre più concreta del futuro apocalittico che verrà.

Dal punto di vista degli effetti speciali il film spicca per le soluzioni adottate per rendere credibile il Terminator. Tra le sequenze più interessanti non si può non citare la sequenza e il confronto armato nel locale Tech Noir. Un altro momento degno di una citazione è la sequenza dove vediamo il cyborg ripararsi l’avambraccio e l’occhio e rimuovere il tessuto “umano” con cui è camuffato. Un momento horror /sci- fi impressionante visti anche i mezzi e la mancanza di effetti digitali all’epoca.

In conclusione, consiglio Terminator a tutti gli amanti del cinema di fantascienza e a coloro che apprezzano le pellicole del regista James Cameron.

Recensione Lucy

Lucy è un divertente film sci-fi firmato Luc Besson

Lucy è un film di Luc Besson (Nikita, Léon, Il quinto elemento) nel 2014.

Lucy è una studentessa di Taipei, un giorno suo malgrado viene coinvolta in uno scambio di droga. Rapida da criminali coreani, viene costretta a fare il mulo per trasportare questa sostanza stupefacente fuori da Taiwan, i coreani le nascondono la droga nello stomaco per eludere ogni controllo. Lucy accidentalmente assimila questa droga e comincia a sviluppare misteriosi superpoteri.

Un film che parte dal presupposto fantascientifico che l’uomo utilizzi solo il 10% delle proprie capacità celebrali. All’inizio viene spiegato come in realtà a livello cellulare sono disponibili molte più informazioni rispetto a quelle che noi siamo in grado di percepire nella vita di tutti i giorni. Le cellule hanno connessioni e comunicano l’una con l’altra, sia tra di loro sia con la materia esterna e il mondo circostante. L’uomo potrebbe sfruttare queste connessioni per arrivare a uno stato di coscienza superiore se solo il nostro cervello fosse in grado di accedervi.

Scarlett Johansson è Lucy

Una misteriosa droga sperimentale chiamata CPH4 promette di aumentare questa capacità fino a raggiungere livelli sovraumani. Lucy. entra accidentalmente in contatto con questa misteriosa sostanza. Da quel momento svilupperà capacità telepatiche, telecinetiche e il controllo della materia intorno a lei.

Il film è un crescendo di situazioni surreali che culmina in un finale aperto. Luc Besson mette al centro la protagonista, una super donna, interpretata da una brava Scarlett Johansson, e confeziona il tutto non risparmiando roboanti scene d’azione in pieno stile fumettistico. Il messaggio filosofico/fantascientifico alla base del film viene trattato in maniera sufficiente e non molto approfondita, quanto basta per incuriosire lo spettatore senza annoiarlo.

L’obbiettivo principale del film è quello di intrattenere e Lucy ci riesce bene, ma non aspettatevi molto di più da questo lungometraggio.

Dal punto di vista tecnico il film è ottimo. Lucy si distingue per soluzioni di regia e montaggio molto originali, in stile Luc Besson. Interessanti le sequenze iniziali che vedono la protagonista rapita dai coreani inframezzate con scene di caccia nella savana, un’espediente didascalico ma efficace e ben riuscito. Gli effetti speciali sono di primo livello e non ho notato sbavature nell’utilizzo della computer grafica.

Una menzione va anche alla buona prova di Scarlett Johansson che si conferma particolarmente adatta al genere fantascientifico e a impersonare personaggi alieni, software di intelligenza artificiale ( la voce originale nel film Lei) o androidi ( Ghost in the Shell ). Il tutto grazie alla sua presenza scenica e alle sue espressioni che in questo film di Besson passano dallo sguardo sognante e svampito di una giovane al personaggio risoluto e semi-divino che diventerà nel finale del film.

In conclusione Lucy è ben realizzato, alla fine della visione mi è rimasta tuttavia la sensazione che approfondendo un po’ di più l’oggetto del film, Lucy poteva diventare un film di fantascienza molto più interessante.

Recensione Apollo 13

La storia del famoso “fallimento di grande successo”

Il mese scorso si sono festeggiati i 50 anni dello sbarco sulla Luna. A riguardo consiglio a chi non l’avesse visto il film First Man – Il primo uomo.

Apollo 13 partito alle 13:13 dell’11 aprile 1970 da Cape Canaveral, aveva come obbiettivo il ritorno sulla Luna dopo il successo delle missioni Apollo 11 e 12. A capo del 13 l’ambizioso astronauta Jim Lovell ( Tom Hanks ). Tutto sembra procedere per il meglio dopo il lancio, quando all’improvviso un guasto della navetta spaziale costringe gli astronauti a un ritorno precipitoso sulla Terra.

Apollo 13 è un classico tra i film dedicati alle missioni spaziali, e come molti altri vidi questo film quando ero ragazzo. Ricordo di essere andato al cinema con i miei genitori. Alla fine, Apollo 13 era un film che mi aveva fatto paura, in particolare le scene più drammatiche dove la moglie di Jim Lovell immagina la morte degli astronauti.

Rivisto oggi, Apollo 13 rimane un buon film che riesce ad equilibrare le parti d’azione e di tensione con la componente più propriamente storica della vicenda.

Il regista Ron Howard mette in scena una versione romanzata dei fatti che coinvolsero la missione Apollo, senza tuttavia cadere troppo nei cliché e nel melodrammatico fine a se stesso. Il film è un crescendo di tensione come un vero thriller spaziale. Dal momento dell’incidente per i protagonisti inizia una frenetica corsa per la sopravvivenza che culminerà nel finale.

Una scena del film

Certo il film non si esime dal far vedere la vicenda dell’Apollo 13 come un esempio di grande successo statunitense, con tanto di musica trionfale e sequenze epiche. Se non vi da fastidio la retorica made in USA allora apprezzerete sicuramente questo film.

Apollo 13 però non parla solo di spazio, ma anche della cooperazione dei team della Nasa che lavorarono senza sosta per riportare a terra sani e salvi gli astronauti. Pone delle domande anche sui rischi dell’esplorazione spaziale, lasciando intendere che andare lassù significa anche lasciare le persone care che devono inevitabilmente fare i conti con la mancanza e l’angoscia di un possibile non ritorno.

Il film comunque coinvolge il giusto tenendo lo spettatore sulle spine per la maggior parte del tempo.

Dal punto di vista tecnico Apollo 13 brilla per alcune soluzioni che furono adottate per realizzare le scene dove gli attori galleggiano in assenza di gravità nella navetta spaziale.

Evitando l’utilizzo di effetti speciali, queste sequenze furono filmate in un set allestito dentro un aereo parabolico. L’effetto ottenuto è realistico e i protagonisti sembrano davvero in volo nello spazio. Allo stesso modo gli effetti sonori, i cigolii della navicella ed altri rumori causati dall’incidente, sono stati realizzati fedelmente e il film ha vinto per questo l’Oscar per i migliori effetti sonori.

Consiglio Apollo 13 a quanti siano interessati a saperne di più riguardo a questa missione spaziale così famosa, e che nel contempo vogliano godersi un buon film drammatico.

Recensione Men in Black: International

Quarto film della serie Men in Black con due nuovi protagonisti

Men in Black: International è un film di F.Gary Gray del 2019.

Molly Wright è una bambina di Brooklyn che entra in contatto con un piccolo e curioso alieno. Dopo aver assistito all’intervento dei Men in Black, Molly coltiverà negli anni l’idea di scovare la segretissima sede dei Men in Black a New York. Diventata ormai una donna riuscirà ad entrare furtivamente nella sede e farsi arruolare per diventare lei stessa una MIB.

Men in Black: International è il quarto film dedicato agli uomini in nero dopo MIB – Men in Black (1997), Men in Black 2 (2002), Men in Black 3 (2012).

Questo quarto episodio della serie, dopo aver pensionato gli ormai “anziani” protagonisti Tommy Lee Jones e Will Smith, introduce due nuovi protagonisti: Molly, Agente M (Tessa Thompson) e Henry, Agente H (Chris Hemsworth).

Il duetto Thompson- Hemsworth è famoso, è già apparso in alcuni dei film di maggior successo della Marvel, Thor: Ragnarok e Avengers: Endgame. In queste occasioni abbiamo già potuto apprezzare delle buone prove per i due attori.

In Men in Black i due protagonisti sono sicuramente una coppia interessante e funzionano bene, sia nelle scene d’azione, sia nei momenti comici del film.

Tuttavia Men in Black: International convince meno sul versante della storia che cade nel già visto. High T ( Leam Neeson), il direttore dei MIB, non spicca per particolare originalità, gli altri attori comprimari fanno il loro dovere senza eccellere. Ma possiamo aspettarci profondità da un film sui Men in Black?

Secondo me no, anche il primo film del 1997 era in realtà una leggera commedia fantascientifica, divertente e non impegnativa. Le aspre critiche che ho letto riguardo a Men in Black: International, secondo me, sono date dal fatto che ci si aspettava troppo da un franchise che non ha mai brillato per originalità o qualità cinematografica.

Alla fine della proiezione ho avuto comunque sensazioni positive e consiglio Men in Black: International agli spettatori che cercano un film d’intrattenimento senza impegno, capace di far ridere e far passare due ore spensierate.

Recensione Spider-Man: Far from Home

Spider-Man tra realtà e illusione, smarrimento e consapevolezza

Spider-Man: Far from Home è un film del 2019 diretto da Jon Watts

Tempo dopo lo schiocco di Tony Stark avvenuto alla fine di Avengers: Endgame, Peter Parker vuole prendersi una vacanza dalle scorribande dell’Uomo Ragno e fare breccia nel cuore di Michelle Jones, sua compagna di classe. Ritrova anche i propri compagni cancellati dallo schiocco di Thanos e va in gita con la scuola in Europa. Il mondo, però, ha ancora bisogno di eroi e Peter Parker sarà costretto a indossare il costume anche in vacanza per respingere le minacce provenienti da un misterioso universo parallelo.

Continuano le avventure dell’ Uomo Ragno in questo sequel di Spider-Man: Homecoming. Peter Parker è cambiato, dopo gli eventi drammatici di Avenger: Endgame, per il nostro eroe arriva il momento di una nuova consapevolezza.

La scomparsa del suo mentore Tony Stark e il fatto di doversela cavare da solo, come adulto in grado di fronteggiare da solo le minacce, sono momenti che metteranno alla prova in tutti sensi il nostro Peter Parker. A questo si aggiunge il problema di un adolescente che deve crescere molto (troppo) in fretta e che deve tenere nascosta la sua vera identità. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità e questo sembra mettere in crisi le capacità di Spider-Man e la sua fiducia nelle proprie forze.

Jon Watts realizza un film che è pienamente una commedia, ricco di momenti spassosi e di battute divertenti, inserendo al contempo una linea più drammatica che riguarda l’evoluzione del personaggio di Peter Parker. Il risultato è discreto se consideriamo il taglio che è stato scelto per questo personaggio ai tempi di Homecoming. Un Peter Parker adolescente, più acerbo e immaturo rispetto alle versioni dello stesso personaggio proposte nei film di Sam Raimi.

Il villain di questa avventura, Mysterio, interpretato dal bravo Jake Gyllenhaal, è caratterizzato abbastanza bene e regge con dignità il compito che gli è stato affidato, quello di essere un degno avversario per Spider-Man, senza cadere troppo nella banalità di altri cattivi del Marvel Cinematic Universe.

Far from Home è un film che si gioca sul sottile confine tra realtà e illusione, un tema sempre interessante che in questo caso viene trattato discretamente bene. Le illusioni di Mysterio sono anche le illusioni del cinema stesso e lo spettacolo che il personaggio imbastisce nelle sue grandi entrate in scena, è simile a come oggi viene prodotto un film di massa, con tanto di grandi effetti speciali e set creati digitalmente.

Tom Holland che interpreta Peter Parker, confeziona una buona prova, dando maggiore spessore al personaggio ed esprimendo bene il dubbio e le difficoltà di un giovane eroe alle prese con grandi aspettative ma anche grandi responsabilità.

Meno convincente a mio parere è il rapporto tra Peter Parker e MJ che avrei voluto maggiormente approfondito. In ogni caso il film rimane coerente nel ritrarre la relazione tra i due protagonisti come avevamo già visto in Spider-Man: Homecoming.

Dal punto di vista tecnico il film si distingue per i buoni effetti speciali e per alcune belle scene d’azione che tengono incollati alla sedia. Le sequenze dedicate alle illusioni di Mysterio hanno il giusto effetto straniante e mi hanno positivamente sorpreso.

Un punto a favore anche per le musiche di Michael Giacchino che conferiscono a Spider-Man: Far from Home la giusta atmosfera per un supereroe ormai cresciuto.

Recensione Ghostbusters – Gli Acchiappafantasmi

Cult movie degli anni ’80, spassoso mix di commedia demenziale, cinema fantastico e fantascienza

Ghostbusters è una commedia diretta da Alain Reitman nel 1984.

Tre acchiappafantasmi decidono di mettere su un’attività per porre fine agli episodi paranormali che infestano New York. Un giorno però un fenomeno di bibliche proporzioni si manifesta in un appartamento nel West Side della città. Gli acchiappafantasmi dovranno fare gli straordinari per combatterlo.

Ghostbusters è diventato un vero e proprio cult movie con il passare del tempo. Merito di una comicità esilarante con tanto di elucubrazioni pseudoscientifiche sugli episodi paranormali, un abile mix di commedia, fantascienza e fantastico.

Una buona prova dei tre protagonisti Peter Venkman (Bill Murray), Raymond Stantz (Dan Aykroid) e Egon Spengler (Harold Ramis), che gestiscono bene i tempi comici e risultano un gruppo affiatato. Alla fine Ghostbusters è un film spassoso, ironico e leggero che io come molti altri vidi la prima volta da bambino in VHS.

Sigourney Weaver, nei panni della giovane Dana Barrett, spaventata vittima dei fantasmi nel suo appartamento è memorabile quando prende le sembianze di Zuul che si impadronisce del suo corpo come un vero e proprio Alien. Zuul minaccia di invadere la città e aprire le porte della Terra a Gozer, misterioso alieno proveniente da una civiltà millenaria.

Dal punto di vista tecnico il film è realizzato bene, considerando i limiti degli effetti speciali degli anni ’80. I fantasmi rivisti oltre 30 anni dopo sono datati ma efficaci e spassosi. Gli effetti mostrano i loro limiti soprattutto nelle scene dinamiche, come nell’inseguimento del mostro di Zuul per Central Park.

Altri elementi del film degni di nota sono i costumi, gli zaini protonici dei protagonisti e la famosa macchina dei Ghostbusters che sono entrati nell’immaginario collettivo dell’epoca.

Anche le musiche meritano una citazione, il brano Ghostbusters composto da Ray Parker Jr è uno dei pezzi da colonna sonora più famosi di sempre.

Il film ha avuto un sequel, Ghostbusters 2 e un remake al femminile nel 2016, Ghostbusters.

Recensione Thor: The Dark World

Un buon sequel sulle avventure del Dio del Tuono

Thor: The Dark World è un film diretto da Alan Taylor del 2013.

Dopo la vittoria dei supereroi narrati in The Avengers e dopo la cattura di Loki, Thor si impegna a rimanere ad Asgard per consolidare la pace dei Nove Regni. Nonostante sia passato del tempo i pensieri del Dio del Tuono sono sempre rivolti a Jane Foster, la ricercatrice conosciuta sulla Terra durante il primo film dedicato al personaggio norreno. Quando Jane viene misteriosamente a contatto con una dimensione aliena che si materializza alla periferia di Londra, Thor tornerà per salvarla e proteggere l’umanità.

Thor: The Dark World racconta le vicende del Dio del Tuono poco dopo la fine di The Avengers, il primo film dedicato all’Assemble dei Vendicatori. The Dark World è una pellicola apprezzabile che ha il merito di portare avanti degnamente le vicende di Thor mantenendo un certo equilibrio e uno stile in linea con quello impostato da Kenneth Branagh nel precedente film dedicato al supereroe.

thor e loki
Thor dovrà fidarsi di Loki in Thor: The Dark World

Ho trovato The Dark World più scorrevole rispetto al film precedente e a tratti più avvincente. Alan Taylor realizza un film di buon livello, ricco di effetti speciali e di avventura, unita ad alcuni sani momenti umoristici in pieno stile Marvel.

La miscela è equilibrata e alla fine il film mi ha lasciato una buona impressione. Questa avventura di Thor ha un respiro più ampio rispetto a quella già narrata nel precedente film di K. Branagh, finalmente vediamo il nostro protagonista misurarsi con una minaccia interplanetaria più importante e adatta al personaggio.

Malekith, Signore degli Elfi Oscuri, come cattivo è funzionale e fa il suo lavoro. Tuttavia è meno riuscito rispetto a Loki, a cui resta il merito di essere una delle figure più ambigue e interessanti del Marvel Cinematic Universe. Gli altri protagonisti sono tutti discreti nella loro performance, senza punte di particolare eccellenza.

Consiglio la visione di Thor: The Dark World a quanti vogliano continuare le avventure di Thor e agli amanti dei film di supereroi Marvel.

Il film ha avuto un seguito diretto da Taika Waikiki nel 2017, Thor: Ragnarok.