Elysium

Adrenalinico sci-fi firmato dal regista di District 9

Elysium è un film del 2013 diretto da Neill Bomkamp.

Los Angeles, 2154. La maggior parte dell’umanità vive in condizioni di povertà e privazione. Il pianeta è desertificato a causa dell’inquinamento e i rifiuti sono sparsi in ogni dove. I più ricchi hanno da tempo abbandonato il pianeta trasferendosi su Elysium, una stazione spaziale in orbita attorno alla Terra, un Eden dove la tecnologia ha permesso una vita idilliaca e la cura di ogni tipo di malattia.

L’operaio Max da Costa vive in una baracca nei dintorni di LA e cerca di guadagnarsi da vivere lavorando nella fabbrica di droidi locale. Un giorno viene coinvolto in un incidente e gli rimangono pochi giorni di vita. L’unica speranza di salvarsi è raggiungere Elysium per essere curato.

Elysium è il secondo lavoro registico del sudafricano Neill Blomkamp ( District 9, Humandroid ). Un film di fantascienza che racconta una storia classica di riscatto. Max da Costa interpretato da un bravo Matt Damon è il classico protagonista sfortunato e povero che vive una vita ricca di ingiustizie. Nei guai con la legge, cerca di rigare dritto lavorando duramente nella fabbrica locale, ma rimane vittima della prepotenza di un suo superiore e viene coinvolto in un incidente mortale.

Dopo aver saputo di avere solo pochi giorni di vita, Max avrà il coraggio di rischiare il tutto per tutto per raggiungere Elysium e riscattarsi come uomo.

Elysium è un film realizzato molto bene, Blomkamp confeziona un blockbuster in grado di trasmettere allo spettatore messaggi classici propri del genere fantascientifico moderno. L’ingiustizia sociale, il divario ricchi e poveri sono i focus di maggior interesse per il regista sudafricano. Un argomento sempre ricco di spunti e paralleli con la situazione contemporanea, che Blomkamp aveva anche trattato nel precedente film District 9.

In questo scenario Blomkamp inietta forti dosi di azione adrenalinica con combattimenti corpo a corpo all’arma bianca o con fucili al laser fantascientifici. Il risultato è un mix originale che contraddistingue questo autore rispetto ad altri del genere fantascientifico.

Elysium è realizzato tecnicamente bene. Fotografia, effetti speciali, scenografie sono di primo livello. Le scene d’azione sono concitate ma sempre chiare e coinvolgenti. Alcune sequenze sono visivamente memorabili come la scena delle navi clandestine con i “migranti” che cercano di sbarcare su Elysium, una versione fantascientifica dei battelli che trasportano oggi molti emigranti attraverso il mare.

Il film può contare anche sulle buone prove degli attori comprimari tra i quali ricordo Jodie Foster che interpreta la dispotica ministra della difesa di Elysium, e Sharlto Copley il sicario incaricato di eliminare Max.

Consiglio Elysium agli amanti dei film d’azione fantascientifici e a quanti apprezzino il cinema del regista Blomkamp.

Snowpiercer

Snowpiercer si perde in troppe scene d’azione ed una trama deludente

Snowpiercer è un film del 2013 diretto dal regista sudcoreano Bong Joon-ho

Anno 2031, la Terra sta vivendo un’ era glaciale globale. L’umanità è stata quasi del tutto uccisa dal freddo e dalla mancanza di viveri. I pochi sopravvissuti vivono in un treno che incessantemente gira intorno al globo. All’interno dei convogli le persone sono divise per classi, i più ricchi alla testa del treno e i più poveri in fondo, trattati in condizione di schiavitù. Curtis ( Chris Evans ) è uno dei tanti relegati nelle ultime carrozze, e da tanto tempo sta architettando una ribellione per raggiungere la testa del treno e mettere fine alle sofferenze dei suoi compagni.

Snowpiercer è un film che avevo in mente di vedere da molto tempo. Avevo sentito e letto pareri molto positivi su questa pellicola sci-fi. Alcune critiche si sbilanciavano addirittura nel paragonarlo a Matrix o Blade Runner, tutto ciò non ha fatto che aumentare il mio interesse e le mie aspettative.

Alla fine Snowpiercer ha alcuni aspetti positivi come una buona fotografia, una regia discreta e delle belle scenografie. Gli effetti speciali sono più che discreti. In sostanza dal punto di vista tecnico il mio parere è positivo.

Purtroppo per il resto Snowpiercer mi ha deluso. La storia, gli attori e lo svolgimento sono, per me, insufficienti. Il ritmo del film è altalenante, al punto che in più punti ero tentato di interrompere la visione per la lentezza di alcune scene.

La sceneggiatura non aiuta ed è incerta, frettolosa. I protagonisti non sono approfonditi, ma tutti sembrano più delle macchiette e, alla fine, non mi importava molto della loro sorte.

Anche il finale, dove ci si aspetterebbe qualche colpo di scena importante, non mi ha entusiasmato.

Interessante il design del treno, con la locomotiva che è una sorta di stanza che ricorda 2001: Odissea nello spazio con arredi orientali. Al di là di questo, però, il finale aperto non è d’effetto come mi sarei aspettato e penso che lascerà interdetti più di qualche spettatore.

L’innovazione che Snowpiercer sembra promettere, legata a quel filone della fantascienza di impronta sociologica è in realtà una ripresa di concetti e idee che si possono trovare in altri film degli anni ’70 come Rollerball, L’uomo che fuggì dal futuro o il già citato Blade Runner negli anni ’80. Anche qui, insomma, Snowpiercer non sembra molto innovativo.

In conclusione, non mi sento di dire che Snowpiercer è un buon film di fantascienza, lo consiglierei solo agli amanti del cinema di Bong Joon-ho .

Salyut 7 – La storia di un’impresa

Storia romanzata del salvataggio della stazione spaziale sovietica Salyut 7

Salyut 7 – La storia di un’impresa è un film russo del 2017 diretto da Klim Shipenko.

Giugno 1985, il centro di controllo di Mosca perde i contatti con la stazione spaziale orbitante sovietica Salyut 7. Il guasto della stazione è grave e viene deciso l’invio di due cosmonauti per riparare il malfunzionamento scongiurando la perdita della stazione e un grande imbarazzo internazionale. La missione appare però da subito un’impresa disperata.

Salyut 7 è un film ispirato ad una storia vera, i due cosmonauti protagonisti Vladimir Fyodorov e Viktor Alyokhin hanno nomi di fantasia ma sono stati scritti sulla base dei due veri cosmonauti che furono incaricati di andare a recupare la stazione Salyut a bordo della Soyuz T-13.

La missione che i due devono affrontare appare da subito molto complicata. Nessuno ha mai tentato di attraccare ad una stazione fuori controllo in orbita e le probabilità di fallire sono altissime. I due protagonisti dovranno affrontare mille imprevisti in pieno stile Apollo 13 cercando a tutti i costi di completare la missione e tornare a casa sani e salvi.

Il film è realizzato tecnicamente bene, la fotografia è ottima, gli effetti speciali sono di buon livello, il ritmo è sostenuto. La ricostruzione degli interni della stazione spaziale e della Soyuz è fedele e mi ha ricordato quanto visto in Gravity.

Tra le sequenze visivamente spettacolari ricordo il decollo della Soyuz e il rendezvous con la Stalyut 7. Le scene in orbita terrestre sono interessanti e la regia si sofferma a volte nel mostrare tramonti orbitali e il colore mutevole della superficie terrestre visibile dallo spazio.

Il film non è comunque privo di difetti e in certi momenti enfatizza troppo l’eroismo dei protagonisti in alcuni momenti drammatici, spingendo un po’ troppo sulla propaganda in stile sovietico. Alla lunga questa scelta rende il lungometraggio a tratti noioso, almeno per me.

Salyut 7 ha in ogni caso il merito di raccontare una storia sconosciuta alla maggior parte della gente. Durante la Guerra Fredda poco si sapeva del programma spaziale sovietico anche vista la segretezza dovuta al periodo storico. Sorprendente da questo punto di vista come situazioni e problemi simili siano stati vissuti sia dagli americani sia dai sovietici magari in tempi diversi ma spesso con le stesse modalità.

Protagonisti di quest’epoca sono cosmonauti, ingegneri e tecnici di cui poco si sa, anche perché non ebbero l’esposizione mediatica dei loro colleghi statunitensi. Il film rende bene l’ammirevole dedizione dei protagonisti e la consapevolezza di trovarsi in una missione dalla quale avrebbero potuto non tornare.

Consiglio questo film soprattutto a quanti siano interessati alla storia del programma spaziale sovietico e agli amanti dei film sull’esplorazione umana nello spazio.

Contact

Contact è un viaggio tra scienza e fede, un percorso di scoperta dentro noi stessi

Contact è un film del 1997 diretto da Robert Zemeckis

Contact racconta la storia di Ellie Arroway ( Jodie Foster ), una scienziata specializzata nella ricerca di segnali radio extraterrestri nel cosmo. La sua incrollabile fiducia nella ricerca la porta a sfidare finanziatori scettici e ad ottenere dei fondi per la sua ricerca nella grande installazione di radio telescopi del New Mexico. Una mattina mentre è intenta ad ascoltare i segnali del cosmo, Elly scopre una emissione radio sconosciuta che sembra provenire dall’ammasso stellare di Vega, a 26 anni luce dalla Terra.

Siamo soli nell’universo? Gli extraterrestri esistono? Il film pone alcune delle domande fondamentali che l’umanità si chiede da sempre. La protagonista Ellie crede fermamente nella scienza e questo la metterà in crisi perché in realtà quesiti di questo genere sconfinano nel campo religioso ed etico/filosofico.

Zemeckis realizza un film molto lungo e ricco di momenti e scene affascinanti. Un film che in alcuni momenti vuole riassumere lo slancio dei sognatori romantici, dei pionieri, coloro che guardando un cielo pieno di stelle si chiedono cosa ci sia nel cosmo.

L’equilibrio tra scienza e fede sono due punti focali che Ellie dovrà affrontare nel suo percorso di scoperta proprio perché le domande che si pone trascendono il mondo dell’esperienza empirica ed entrano nel campo della fede e del credo.

Allo stesso tempo Contact si sofferma sulle conseguenze che la scoperta di un’entità extraterrestre potrebbe causare dal punto di vista politico ed ideologico. In questo senso il film è abbastanza realistico nel ritrarre il dibattito politico e le implicazioni di tale scoperta. Cosa succederebbe alla nostra società? Il film ritrae vari tipi di reazione, dal fanatismo, all’approccio più moderato e razionale, ognuno con un suo spazio.

Il film, in ogni caso, è soprattutto un cammino di consapevolezza, un viaggio interno a noi stessi ( vedi anche Ad Astra, recente film che tratta tematiche simili) . Contact lascia lo spettatore con un finale aperto che lo invita ad interrogarsi e a dare una sua interpretazione ai fatti.

Zemeckis dirige il film con grande efficacia, mischiando con sapienza le parti d’azione con quelle più discorsive. Il ritmo del film è ben calibrato. La sceneggiatura a tratti si dilunga troppo in scene a mio parere non fondamentali. Alcune parti potevano essere tagliate accorciando così la durata del film.

Dal punto di vista degli attori merita sicuramente una menzione l’ottima prova di Jodie Foster che nel film riesce a conferire ad Ellie Arroway la forza ma anche l’insicurezza della scienziata che si trova al cospetto di quesiti così importanti ed al tempo stesso misteriosi.

Fotografia, effetti speciali e scenografie sono ottime considerando che il film è stato prodotto più di vent’anni fa. Gli effetti speciali sono concentrati soprattutto nella parte iniziale, in particolare nella suggestiva sequenza dell’Universo che si condensa nell’occhio di una Ellie ancora bambina, e nel finale del film quando vediamo la protagonista intraprendere il viaggio verso Vega. Entrambe queste sequenze mi hanno colpito perché particolarmente suggestive.

In conclusione consiglio sicuramente Contact agli amanti della fantascienza e a quanti apprezzino il cinema di Robert Zemeckis.

L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138)

Un buon film di fantascienza distopica, esordio del regista George Lucas

Thx 1138 è un film del 1971 diretto da George Lucas.

Nel XXV le società sono agglomerati urbani sotterranei isolati dalla superficie dove gli abitanti vengono costretti in un regime di schiavitù. Sentimenti ed emozioni così come ogni spunto individualista è bandito. Gli abitanti vengono spinti ad assumere regolarmente droghe per impedire lo sviluppo di qualsiasi pensiero non idoneo alle leggi di efficienza e massima produttività imposte dalla società.

L’uomo che fuggì dal futuro fu il primo film diretto dall’ allora venticinquenne George Lucas, sviluppato ispirandosi al cortrometraggio Electronic Labyrinth: THX 1138 4EB da lui girato nel 1967 per il master della tesi in Cinema che conseguì all’ USC, University of Southern California.

Il film presenta anche una versione del 2004 chiamata The George Lucas Director’s Cut, che offre oltre alla restaurazione digitale della pellicola, nuove scene ed effetti speciali migliorati.

L’uomo che fuggì dal futuro immagina un tragico avvenire distopico. Il lungometraggio rivelò all’epoca il talento registico di Lucas e una sua forte cifra stilistica che ritroveremo in parte anche nel primo film di Guerre Stellari girato nel 1977.

Il film racconta la storia di THX 1138, interpretato da un bravo Robert Duvall. Convinto dalla compagna LUH 3417 a non prendere più le droghe prescritte, il protagonista si “risveglia” dal torpore delle sostanze e comincia a provare autentici sentimenti per LUH. Scoperti ad amoreggiare, entrambi verranno imprigionati. Qui, 1138 escogiterà un piano per fuggire dalla prigione e abbandonare la città per avventurarsi nel mondo di superficie.

Robert Duvall e George Lucas durante la realizzazione del film

Il film cala lo spettatore nello scenario claustrofobico della città sotterranea. Gli abitanti sono vestiti di bianco e rapati a zero e i loro nomi sono composti da sigle e numeri.

Dal punto di vista tecnico il film è fatto molto bene. Fotografia, scenografia e regia sono di ottimo livello. I colori dominanti nelle scene sono il bianco il nero e il grigio. Tonalità che troviamo negli ambienti chiusi illuminati da luci artificiali onnipresenti e nelle strutture in cemento che dominano le inquadrature.

La stessa prigione dove 1138 viene rinchiuso è totalmente bianca, tanto che si fa fatica a distinguere la profondità della scena. L’idea per quanto semplice è molto suggestiva e le guardie robotiche vestite di nero a guardia dei carcerati rappresentano l’unico contrasto di colore in queste sequenze.

Ad una prima parte più discorsiva e dedicata alla presa di coscienza del protagonista, Lucas aggancia un terzo atto di pura azione dove vediamo THX 1138 fuggire fino ad arrivare ai limiti della città. Interessante, in questa ultima parte, l’inseguimento tra gli agenti robotici e 1138 a bordo di una AutoJet ( basata su un’auto sportiva, la Lo­la T70 MkI­II ).

THX 1138 fugge a bordo di una AutoJet per uscire dalla città

Il film in ogni caso tratta molti temi che saranno cari alla fantascienza successiva. Tipico degli anni ’70 è l’impronta sociologica che vediamo in molte pellicole sci-fi, un approccio comune che mi ha ricordato un altro film realizzato in questo particolare periodo, Rollerball.

In ogni caso allo spettatore risulterà facile trovare dei parallelismi tra L’uomo che fuggì dal futuro e Blade Runner o il più recente Matrix. Una conferma di come la fantascienza anni ’70 abbia decisamente influenzato la produzione sci-fi anche a decenni di distanza.

In conclusione consiglio L’uomo che fuggì dal futuro a quanti amino la fantascienza anni ’70 e a quanti siano interessati a scoprire di più del regista George Lucas precedente a Guerre Stellari.

Recensione Avatar

Un kolossal d’autore visivamente affascinante

Avatar è un film del 2009 scritto e diretto da James Cameron.

Anno 2154. Pandora è un pianeta coperto di foreste pluviali abitato da una popolazione di indigeni extraterrestri chiamati Na’vi. Questo territorio ha attirato l’interesse di un’importante compagnia terrestre chiamata RDA per la presenza in grande quantità di un minerale particolarmente prezioso, l’Unobtainium.

Jake Sully un marines disabile viene incaricato di recarsi su questo misterioso pianeta per studiare la popolazione locale e facilitare l’estrazione del prezioso minerale.

Avatar è più un’epopea fantastica che un vero e proprio film di fantascienza. James Cameron realizza uno dei film più costosi mai prodotti, si stima che la realizzazione e il budget speso per la pubblicità sfiorassero i 500 milioni di dollari ( 238 milioni di dollari solo per la produzione). Una cifra astronomica ancora oggi.

Ricordo che Avatar rimase nelle sale italiane un tempo veramente lungo rispetto ad altre pellicole, mesi dopo la sua uscita andai a vederlo con un mio amico. La sala era quasi piena segno che preannunciava un grande successo, tanto che il film batté il record di lungometraggio con il maggiore incasso in assoluto ( 2,7 miliardi di dollari). Un primato che è stato recentemente raggiunto dalla pellicola Avengers: Endgame.

Al di là dei record il film ha il merito di essere particolarmente curato dal punto di vista tecnico ( fotografia, effetti speciali, scenografia sono stati premiato agli premi Oscar 2010).

Un risultato atteso considerato il naturale talento di James Cameron per il comparto tecnico e gli effetti. Avatar è un film che ha ridato vitalità al 3D, una tecnologia che già all’epoca era in fase calante. Una terza dimensione che esalta gli ambienti del pianeta Pandora, rendendo ancora più affascinante la foresta, le mille creature che la abitano. Le scene in notturna esaltate dalla bioluminescenza della vegetazione sono i momenti che più mi avevano colpito durante la visione del film al cinema.

Pandora è un mondo dall aspetto incantevole che nasconde tuttavia misteri e pericoli ad ogni angolo.

Una scena del film

Avatar ha anche spinto avanti la tecnologia della performance capture una tecnica che attraverso l’utilizzo di speciali videocamere permette di catturare i movimenti e le espressioni degli attori nella loro totalità, mettendoli poi all’interno di un personaggio creato interamente in computer grafica. Il risultato è vedere le vere performance di Sam Worthington (Jake) e Zoe Saldana (Neytiri) e degli altri protagonisti attraverso i volti digitali dei loro personaggi.

Il film può contare anche su una splendida fotografia con colori molto brillanti che caratterizzano il mondo di Pandora, contrapposto ai toni scuri delle strutture industriali e degli ambienti militari terrestri.

La storia di Avatar può sembrare già sentita e questo aspetto è stato forse il più criticato del film. Lo scontro tra i terrestri inquinatori e colonialisti e la tribù di indifesi indigeni ricorda molto Pocahontas e altri classici del genere avventura e western.

James Cameron effettivamente indugia nei cliché in più di qualche occasione. I militari ottusi si dimostrano degli antagonisti inevitabilmente poco approfonditi e stereotipati ( simili a quelli di Aliens ). I messaggi e la morale del film sono convenzionali e già sentiti.

Da questo punto di vista forse poteva essere fatto un lavoro migliore ma tutto sommato il film si segue con piacere e non ci si annoia. I personaggi principali come Jake e Neytiri sono sviluppati a sufficienza e non ho notato grosse lacune nello svolgersi della trama.

In conclusione consiglio Avatar a quanti siano interessati al cinema di James Cameron e a chi stia cercando un film di fantascienza non troppo impegnativo e godibile.

Recensione Terminator: Destino Oscuro

Destino Oscuro è quasi un remake di Terminator 2 e propone una storia con troppi déjà vu

Terminator: Destino Oscuro è un film diretto da Tim Miller del 2019.

Dopo il fallimento della missione del Terminator T-1000 di uccidere John Connor e la distruzione nel passato di ciò che sarebbe diventato Skynet, 27 anni dopo un nuovo modello di Terminator chiamato Rev-9 viene inviato ai giorni nostri a Città del Messico per uccidere Daniella Ramos. Daniella è una giovane donna che ancora non sa di avere un ruolo chiave nel destino della lotta dell’umanità contro le macchine. In suo aiuto accorreranno due eroine, la famosa Sarah Connor e Grace, una soldatessa potenziata proveniente dal futuro

Terminator: Destino Oscuro è il seguito immaginato e voluto da James Cameron di Terminator 2: Il giorno del giudizio. Nell’idea del creatore di questo immaginario fantascientifico, Destino Oscuro non tiene conto dei sequel che sono stati finora prodotti dal 1992 ad oggi, Terminator 3 – Le macchine ribelli (2003), Terminator Salvation (2009), Terminator: Genysis (2015).

La storia riprende dalle vicende che avevamo già visto nell’ultimo Terminator diretto da James Cameron e in questo contesto ritornano anche personaggi che avevamo lasciato nel passato, come Sarah Connor ( Linda Hamilton ) e il T-800 ( Arnold Schwarzenegger ), quest’ultimo che aveva preso parte anche ai sequel Terminator 3 e Genysis.

In realtà per molti aspetti la storia raccontata in Terminator: Destino Oscuro è simile a quello che avevamo già visto in Terminator 2. Tim Miller realizza un film che si basa molto sul suo diretto predecessore. L’effetto è un po’ già visto e questo era uno dei pericoli a cui il film poteva andare incontro. Rivisitare a più di 27 anni di distanza personaggi e intrecci già trattati in passato potrebbe far sembrare questo Destino Oscuro una mera operazione commerciale per battere cassa su un franchise ormai concluso.

Alla fine questo film aggiunge qualcosa all’immaginario di Terminator, ma lo fa in maniera troppo poco convincente. L’idea e l’atmosfera del primo film diretto da Cameron nel 1984 si percepisce solo a tratti. Il regista Tim Miller, più a suo agio nei cinecomic ( Deadpool ) e qui vincolato dalla visione di Cameron, realizza un film molto movimentato e diverso per molti versi rispetto a Terminator 2.

Certo i tempi sono passati e anche questo franchise deve evolversi, ma le scene d’azione e i mirabolanti effetti speciali alla lunga possono stancare. Destino Oscuro è un film ad alto ritmo con molte concitate sequenze action che possono annoiare in fretta perché troppo movimentate e dinamiche, al limite della confusione. Per altro i momenti più ironici e le parti discorsive sono girate bene segno che Tim Miller è comunque un regista adatto per questo film. Il risultato da questo punti di vista è, a mio parere, altalenante.

Grace ( Mckenzie Davis ) e Daniella Ramos ( Natalia Reyes )

Per poter essere efficace Destino Oscuro doveva, secondo me, proporre una storia inedita, osare con un intreccio di situazioni nuove, far leva su due protagonisti storici del franchise, Sarah Connor e il vecchio T-800, per arricchire quello che abbiamo già visto nei precedenti film e acquisire così un suo carattere originale.

Purtroppo nel film il personaggio di Sarah Connor non viene ulteriormente approfondito e si limita a fare la parte che conosciamo. Va meglio per il T-800 interpretato da Schwarzenegger che in questo caso compie un percorso narrativo più interessante ma è spiegato poco e viene trattato frettolosamente. Lo spettatore rimane quindi interdetto e a fine film molte domande sul suo personaggio non trovano risposta.

Anche dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, al di là di alcune intuizioni, Destino Oscuro non fa vedere niente di nuovo negli scenari e nei Terminator del futuro. Sembra quasi di essere fermi agli anni ’90 e questo non può che far rimanere delusi. Soprattutto se il produttore è James Cameron, un autore che è un’autorità nel genere fantascientifico e ama utilizzare nuove tecnologie, in ambito generale e cinematografico.

Il film risulta più interessante nel mostrare l’interazione tra le donne eroine protagoniste, Sarah Connor, Daniella Ramos e Grace. Tre persone di generazioni diverse, con esperienze e vissuti completamente differenti. Anche in questo caso l’approfondimento è solo sufficiente e mi ha lasciato la voglia di vedere molto di più, soprattutto di vedere dei reali confronti tra di loro, al di la delle scene action obbligatorie.

Il Rev – 9, l’antagonista di questo film, interpretato dall’attore Gabriel Luna è solo sufficiente. Combina le capacità del T-800 e del T-1000 e rappresenta quindi una minaccia veramente temibile. Tuttavia la sua presenza è incolore e risulta troppo simile, anche come sembianze, al T-1000 di Terminator 2.

In conclusione, mi sento di consigliare Terminator: Destino Oscuro solo agli amanti del franchise. Come film di fantascienza in se non mi ha entusiasmato.

Recensione Terminator

Il cyborg assassino venuto dal futuro, un classico della fantascienza firmato Cameron

Terminator è un film del 1984 diretto da James Cameron.

2029, l’intelligenza artificiale Skynet ha preso il sopravvento sull’umanità e conduce una guerra per sterminare tutti gli umani. Per assestare il colpo di grazia alla resistenza guidata dall’abile e battagliero John Connor, Skynet invia indietro nel tempo, negli anni ’80, un cyborg assassino chiamato Terminator, per uccidere la madre di Connor e cancellare così la resistenza.

Terminator è diventato con il passare del tempo un vero cult movie nel genere fantascientifico. Un film che contribui a lanciare la carriera del giovane regista Cameron e a consolidare quella di Arnold Schwarzenegger. Il film diede parallelamente vita a un filone che ancora oggi affascina e occupa un posto nel cuore di molti fan.

Terminator in principio non fu un blockbuster nel senso stretto del termine, fu realizzato con un budget ridotto e per l’epoca fu un risultato notevole sia per gli effetti speciali, sia per la componente action. Il tempo e il successo riscosso ne decretarono poi la popolarità che aumentò anche grazie al sequel diretto dallo stesso Cameron, Terminator 2: Il giorno del giudizio.

L’idea alla base del film, il futuro apocalittico dominato dalle macchine e le fattezze mostruose del cyborg assassino furono il risultato di una visione di James Cameron che dichiarò di aver avuto questa idea dopo aver sognato uno scheletro metallico avvolto nelle fiamme una notte mentre soggiornava in un albergo a Roma, nei primi anni ’80.

Il film si sviluppa a partire dalla storia di Sarah Connor ( Linda Hamilton ), una giovane ragazza che vive a Los Angeles e fa la cameriera. L’apparente spensieratezza della giovane viene ben presto turbata dall’arrivo del cyborg e dall’inizio della caccia. In suo soccorso arriverà un misterioso soldato venuto dal futuro per proteggerla, Kyle Reese ( Michael C. Biehn ).

Tra i personaggi non si può non parlare della prova di Arnold Schwarzenegger che diventerà famoso per il ruolo del cyborg e ruba la scena in ogni inquadratura. Il suo fisico da culturista e le sue movenze rendono il personaggio verosimile e il suo forte accento austriaco diventerà iconico per come riesce a sembrare artificiale e robotico.

Terminator è stato girato soprattutto di notte, James Cameron ci fa vedere una Los Angeles livida e illuminata da abbaglianti luci e insegne. La fotografia predilige colori scuri nelle aree urbane, la natura e il sole si vedono solo raramente. Un espediente didascalico ma efficace per definire l’atmosfera dove si svolge la vicenda.

Cromaticamente Cameron fa diversi paralleli tra grosse macchine industriali nelle scene ambientate negli anni ’80 e le sequenze ambientate nel futuro, dove le macchine sono diventate dei killer. I due mondi sembrano sempre più vicini con il passare del tempo e lo scenario dove Sarah Connor e Kyle Reese scappano diventa un’anticipazione sempre più concreta del futuro apocalittico che verrà.

Dal punto di vista degli effetti speciali il film spicca per le soluzioni adottate per rendere credibile il Terminator. Tra le sequenze più interessanti non si può non citare la sequenza e il confronto armato nel locale Tech Noir. Un altro momento degno di una citazione è la sequenza dove vediamo il cyborg ripararsi l’avambraccio e l’occhio e rimuovere il tessuto “umano” con cui è camuffato. Un momento horror /sci- fi impressionante visti anche i mezzi e la mancanza di effetti digitali all’epoca.

In conclusione, consiglio Terminator a tutti gli amanti del cinema di fantascienza e a coloro che apprezzano le pellicole del regista James Cameron.

Recensione Star Wars: Episodio V – L’Impero colpisce ancora

Il sequel di Guerre Stellari espande e arricchisce l’universo della saga

Star Wars: Episodio V – L’impero colpisce ancora è un film del 1980 diretto da Irvin Kershner.

Dopo la distruzione della Morte Nera, l’Impero galattico cerca di rintracciare le basi ribelli per annientare la resistenza. I ribelli vengono braccati nel pianeta ghiacciato di Hoth. Dopo una fuga roccambolesca, Luke Skywalker si dirige verso il pianeta Dagobah per iniziare l’addestramento con il maestro Jedi Yoda. Han Solo e la principessa Leila tentano invece di raggiungere la nuova base dell’alleanza ribelle.

L’Impero colpisce ancora è un film che si distingue nettamente rispetto al suo predecessore Episodio IV – Una nuova speranza a partire dal tono drammatico che mette in scena. Dalle prime scene capiamo che i nostri eroi sono in pericolo e dovranno affrontare difficoltà e sfide molto più pericolose di quelle che abbiamo visto finora.

Il tono quasi scanzonato del precedente episodio è un pallido ricordo. I protagonisti guadagnano spessore e ci sentiamo sempre più coinvolti nelle loro sorti. Gli scenari di Guerre Stellari appaiono più grandiosi che mai. La storia ha un intreccio efficace e il ritmo è sempre alto.

Luke Skywalker è ancora un apprendista che si sta affacciando a scoprire le sue vere potenzialità grazie all’addestramento con il maestro Jedi Yoda. Anche Han Solo e Leila hanno più spazio in questo film rispetto al precedente, cominciamo a conoscere di più della loro dinamica e vediamo l’inizio della loro relazione sentimentale.

Una delle più grandi sorprese de l’Impero colpisce ancora è Darth Vader ( Darth Fener nella versione italiana). Finora avevamo avuto solo un assaggio della sua malvagità. Vader in questa pellicola è spietato e astuto, determinato a stanare l’alleanza ribelle. Un vero osso duro e un incubo per gli stessi generali della flotta imperiale. Gli ufficiali diventano il target principale della sua collera e Vader non esita a giustiziarli sommariamente in caso lo deludano.

Il film introduce anche la figura dell’ Imperatore, un villain che avrà una parte fondamentale nell’episodio successivo, Episodio VI – il Ritorno dello Jedi.

La caratterizzazione dell’Impero è rinforzata anche dal nuovo tema, La Marcia Imperiale, scritto da John Williams e che accompagna molte sequenze. Il brano diventerà uno dei più iconici della saga.

Dal punto di vista della fotografia e degli effetti speciali il film guadagna in spettacolarità e mette in scena alcune delle sequenze d’azione più belle della trilogia. Alcuni esempi sono: l’inseguimento del Millenium Falcon nel campo di asteroidi, una delle scene che è rimasta nei ricordi di ogni fan della trilogia, tutte le sequenze girate nella Città delle Nuvole ( Cloud City ), in particolare le sequenze in esterna restano tra i momenti più belli.

Il duello tra Luke Skywalker e Darth Vader è un’altra pietra miliare. Un confronto dominato da toni scuri dell’ambiente, completato da effetti speciali non invasivi e ben calibrati, che lo rendono uno degli scontri indimenticabili di questa trilogia.

Non posso che consigliare a tutti L’impero colpisce ancora. Un film che personalmente metto nella collana dei film imperdibili della grande saga di Guerre Stellari.

Recensione Ad Astra

Un viaggio interstellare, un percorso dentro se stessi

Il viaggio più significativo è spesso quello che avviene nell’interiorità, è questo uno dei punti centrali che il regista James Gray mette in scena in Ad Astra.

Il film racconta la storia di Roy McBride, maggiore dell’esercito USA, incaricato di completare una pericolosa missione che riguarda suo padre Clifford McBride. Scomparso venti anni prima mentre stava svolgendo degli studi nell’orbita di Nettuno, Clifford è disperso e nessuno sa se sia ancora vivo.
La sua stazione spaziale, a causa di un guasto, emana delle tempeste elettriche che stanno mettendo in pericolo la sicurezza della terra e di tutte le installazioni umane sulla Luna e su Marte. Roy viene incaricato di raggiungere Nettuno per mettere fine a questi pericolosi fenomeni.

Ad Astra è un film fantascientifico che illustra un’avventura umana classica inserendola in un contesto di viaggio spaziale. Lo fa tenendo sullo sfondo i tecnicismi e non approfondendo più di tanto i dettagli della missione del protagonista. Il film è più che altro un viaggio introspettivo negli spazi siderali. Un percorso nella psiche di Roy e nelle sue emozioni e il suo legame con il padre assente.

Molteplici sono le citazioni e i rimandi a classici della fantascienza, da 2001: Odissea nello spazio a Solaris per citarne alcuni. James Gray si concentra sull’aspetto emotivo e psicologico del protagonista. Questo taglio dato al film distingue e valorizza Ad Astra rispetto ai classici blockbuster americani a tema spaziale.

Roy McBryde in una scena del film

Brad Pitt confeziona una buona prova attoriale, il suo personaggio passa pian piano da distaccato e sicuro di sé a coinvolto e incerto man mano che si avvicina anche fisicamente al padre. James Gray inquadra ripetutamente il volto di Roy, che ci guida attraverso le sue reazioni e le sue sfide emotive, nel proseguire della sua avventura.

Il ritmo del film è lento e per tutta la durata della pellicola siamo accompagnati dalla voce fuori campo di Roy che esprime perplessità, dubbi o considerazioni su ciò che sta vivendo. Il montaggio unito ad una colonna sonora con ritmi lenti e minimali rende Ad Astra un film a tratti ipnotico.

Ad Astra è un film visivamente interessante grazie alla splendida fotografia di Hoyte van Hoytema ( già direttore della fotografia in Lei e Interstellar ) che valorizza colori e sfumature dei diversi scenari proposti, senza cadere nella monotonia. Ci si può veramente lasciare andare alla visione degli incredibili scenari spaziali e farsi stupire dalle note grigie e argentate del suolo lunare, o dai caldi riflessi dell’atmosfera del pianeta rosso.

La colonna sonora come già accennato è efficace e sottolinea i vari momenti del film con il giusto ritmo.

In conclusione, consiglio Ad Astra soprattutto agli amanti della fantascienza a tema filosofico/psicologico.