Recensione Lucy

Lucy è un divertente film sci-fi firmato Luc Besson

Lucy è un film di Luc Besson (Nikita, Léon, Il quinto elemento) nel 2014.

Lucy è una studentessa di Taipei, un giorno suo malgrado viene coinvolta in uno scambio di droga. Rapida da criminali coreani, viene costretta a fare il mulo per trasportare questa sostanza stupefacente fuori da Taiwan, i coreani le nascondono la droga nello stomaco per eludere ogni controllo. Lucy accidentalmente assimila questa droga e comincia a sviluppare misteriosi superpoteri.

Un film che parte dal presupposto fantascientifico che l’uomo utilizzi solo il 10% delle proprie capacità celebrali. All’inizio viene spiegato come in realtà a livello cellulare sono disponibili molte più informazioni rispetto a quelle che noi siamo in grado di percepire nella vita di tutti i giorni. Le cellule hanno connessioni e comunicano l’una con l’altra, sia tra di loro sia con la materia esterna e il mondo circostante. L’uomo potrebbe sfruttare queste connessioni per arrivare a uno stato di coscienza superiore se solo il nostro cervello fosse in grado di accedervi.

Scarlett Johansson è Lucy

Una misteriosa droga sperimentale chiamata CPH4 promette di aumentare questa capacità fino a raggiungere livelli sovraumani. Lucy. entra accidentalmente in contatto con questa misteriosa sostanza. Da quel momento svilupperà capacità telepatiche, telecinetiche e il controllo della materia intorno a lei.

Il film è un crescendo di situazioni surreali che culmina in un finale aperto. Luc Besson mette al centro la protagonista, una super donna, interpretata da una brava Scarlett Johansson, e confeziona il tutto non risparmiando roboanti scene d’azione in pieno stile fumettistico. Il messaggio filosofico/fantascientifico alla base del film viene trattato in maniera sufficiente e non molto approfondita, quanto basta per incuriosire lo spettatore senza annoiarlo.

L’obbiettivo principale del film è quello di intrattenere e Lucy ci riesce bene, ma non aspettatevi molto di più da questo lungometraggio.

Dal punto di vista tecnico il film è ottimo. Lucy si distingue per soluzioni di regia e montaggio molto originali, in stile Luc Besson. Interessanti le sequenze iniziali che vedono la protagonista rapita dai coreani inframezzate con scene di caccia nella savana, un’espediente didascalico ma efficace e ben riuscito. Gli effetti speciali sono di primo livello e non ho notato sbavature nell’utilizzo della computer grafica.

Una menzione va anche alla buona prova di Scarlett Johansson che si conferma particolarmente adatta al genere fantascientifico e a impersonare personaggi alieni, software di intelligenza artificiale ( la voce originale nel film Lei) o androidi ( Ghost in the Shell ). Il tutto grazie alla sua presenza scenica e alle sue espressioni che in questo film di Besson passano dallo sguardo sognante e svampito di una giovane al personaggio risoluto e semi-divino che diventerà nel finale del film.

In conclusione Lucy è ben realizzato, alla fine della visione mi è rimasta tuttavia la sensazione che approfondendo un po’ di più l’oggetto del film, Lucy poteva diventare un film di fantascienza molto più interessante.

Recensione Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni

La storia di Anakin Skywalker continua

Episodio II – L’attacco dei cloni è un film del 2002 scritto e diretto da George Lucas.

Anakin Skywalker è un promettente apprendista Jedi. Lui e il suo maestro Obi Wan-Kenobi vengono assegnati a protezione della senatrice Amidala di Naboo. L’incontro tra Anakin e Padme dopo tanto tempo, sarà un nuovo inizio di un rapporto che diventerà uno degli snodi centrali nello sviluppo del giovane Anakin.
Nel frattempo il lato oscuro della forza trama alle spalle del consiglio dei Jedi e promette di rovesciare le sorti della guerra civile in atto nei territori della Repubblica.

Episodio II – L’attacco dei cloni è forse il peggiore dei film della trilogia prequel di Star Wars. I motivi sono tanti e in questo breve articolo citerò quelli a mio parere più importanti.

Il secondo Episodio di una trilogia solitamente rappresenta un momento di passaggio dove vediamo rompersi gli equilibri e gli sviluppi messi in atto nel primo film per poi costruirne di nuovi che verranno approfonditi nell’ultimo lungometraggio della serie. Così fu per la trilogia originale di Star Wars, dal primo film Episodio IV – Una nuova speranza (1977) a Episodio V – L’impero colpisce ancora, e così è stato anche nella più recente trilogia sequel, tra Episodio VII – Risveglio della Forza e Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi.

L’attacco dei cloni doveva essere il momento di svolta, dove avremmo visto il principio della trasformazione del potente apprendista Jedi Anakin Skywalker nello spietato Darth Vader. Questa transizione si vede ma è inserita all’interno di una storia che per molti versi non regge.

Il cambio di rotta di Anakin si apprezza nella drammatica scena della morte della madre e questo è forse il momento migliore del film, ma passato il picco drammatico il film si affossa e finisce senza aver detto quasi niente.

Una consistente parte di Episodio II è occupata dalla storia d’amore tra Anakin e Padme. Uno snodo centrale nello sviluppo del protagonista. Anche qui George Lucas fa vedere tutti i propri limiti, confezionando una storia piena di cliché e basata su una sceneggiatura a tratti talmente brutta da dare fastidio. In più momenti sono stato tentato di saltare intere scene per il nervoso provocato da dialoghi che più finti di così non posso essere.

anakin e padme
Padme e Anakin

L’attacco dei cloni quando uscì nelle sale fece anche scoprire a milioni di fan come dietro al fascino delle figure dei Jedi non ci sia proprio nulla. In questo film i cavalieri Jedi sono ritratti come spadaccini che fanno le capriole, uno sviluppo veramente deludente di personaggi mitici che avevano grande potenziale.

Dal punto di vista scenografico, L’attacco dei cloni non brilla per soluzioni visive particolarmente interessanti. Gli ambienti non sono d’impatto e il risultato è peggiorato dalla computer grafica che rende tutto il film “finto”. Molte scene hanno colori non brillanti e tendenti al grigio così come un eccesso di effetti creati digitalmente rendono il tutto ancora meno accattivante. Un feeling che ricorda il look di molti film Marvel di oggi.

Anche lo scontro finale tra Jedi, ormai una scena must di ogni film di Star Wars, è realizzato male e recitato peggio. Uno spreco di un grande attore come Christopher Lee e un vero peccato considerando che l’epoca ritratta ne L’attacco dei cloni era una dei momenti più fantasticati dai fan della vecchia trilogia. Il risultato è veramente banale e per questo Episodio II rappresenta forse il momento più basso di Star Wars.

Nonostante il cast di rilievo tra cui ricordo Hayden Christensen, Samuel L. Jackson, Natalie Portman, Ewan McGregor, Christopher Lee. L’attacco dei cloni non è certamente un film che valorizza le performance attoriali e le prove degli attori sono tutte mediocri o appena sufficienti. Si salva forse solo Christensen nei panni di Anakin che in un paio di momenti drammatici è in grado di trasmettere la disperazione e il tormento del personaggio.

Consiglio Episodio II – L’attacco dei cloni solo a coloro che desiderano continuare a saperne di più sulla parabola tragica del personaggio di Anakin Skywalker, in tutti gli altri casi suggerisco di guardare qualsiasi altro film della saga.

Recensione Star Wars: Episodio I – la minaccia fantasma

Primo episodio della trilogia dedicata ad Anakin Skywalker

La trilogia prequel di Star Wars racconta la storia di Anakin Skywalker. Il cavaliere Jedi che divenne Darth Vader, uno dei personaggi più amati della saga concepita da George Lucas negli anni ’70.

La minaccia fantasma uscì al cinema nel 1999 e come molti bambini all’epoca andai anche io a vedere questo film al cinema con i miei genitori. Avevo già visto in VHS gli altri film della trilogia classica di Guerre Stellari, Episodio IV – Una nuova speranza, V – L’impero colpisce ancora e VI – Il ritorno dello Jedi.

Ero ansioso di vedere come sarebbe stata questa nuova trilogia. Ricordo che il film mi piacque, ma già all’uscita dalla sala mi rimasero impressi i commenti di alcuni spettatori che erano rimasti delusi dal tono leggero, quasi infantile, che George Lucas decise di dare a questo film, il tono de la minaccia fantasma è diverso e più orientato ai bambini rispetto agli episodi più cupi e drammatici della trilogia classica.

La figura di Jar Jar Binks, alieno curioso che parla esperanto, fece tanto arrabbiare i fan per le sue continue battute e il suo essere un personaggio comico.

Rivisto a molti anni di distanza devo ammettere che Episodio I – La Minaccia Fantasma, pur coi suoi difetti, rimane un discreto film di intrattenimento, anche se non uno dei migliori Star Wars.

Grazie anche al cospicuo budget disponibile, George Lucas realizzò questo film e gli altri di questa trilogia sperimentando con la tecnologia digitale dell’epoca, un tentativo concretizzato nella scelta di creare digitalmente interi scenari e personaggi. Una scelta coraggiosa che però fa sembrare oggi la minaccia fantasma un film datato soprattutto in alcune scene. Il look freddo del digitale cambia il feeling di Star Wars che era stato uno degli elementi importanti che determina la sua fortuna ancora oggi.

Anakin e l’ombra del suo futuro

La storia di Anakin Skywalker originario di Tatooine, schiavo e costretto a lavorare in una rimessa di rottami galattici è sufficientemente sviluppata e interessante in alcune parti. Scopriamo l’infanzia di questo giovane che ebbe origini umili ma che sarà destinato a diventare un personaggio centrale nella mitologia di Guerre Stellari.

Per altri aspetti la storia è interrotta spesso da siparietti comici e buffi con protagonista Jar Jar Binks, scene che smorzano la tensione ma risultano alla lunga noiose e ripetitive.

Scopriamo anche qualcosa di più sui Jedi, queste figure mitologiche che nella trilogia originale erano già praticamente estinti. In questo caso Lucas ci introduce al consiglio dei Jedi, presieduto da Yoda, maestro Windu ed altri personaggi che rivedremo negli episodi seguenti.

Anakin ( a sinistra) al consiglio dei Jedi

Anche in questo caso lo sviluppo è in parte deludente. La minaccia fantasma non spiega molto di quanto già sapevamo nella trilogia originale, introduce solo alcuni ambienti nuovi. I Jedi rimangono fondamentalmente dei guerrieri/monaci orientali con spade laser.

La Forza, questo elemento così misterioso e interessante. In La minaccia fantasma viene trattata come un qualcosa di scientificamente preciso e quantificabile, una mossa che ha fatto arrabbiare i fan e ha fatto perdere a questo elemento quell’aura di mistero che era uno dei punti di forza della trilogia originale.

Il film in ogni caso ha anche molti aspetti positivi. Dal punto di vista tecnico è realizzato molto bene. Gli effetti speciali sono di primo livello per l’epoca. La fantasia e la ricchezza di ambienti e personaggi come alieni curiosi è sempre stata una delle prerogative di Star Wars e qui Lucas non si risparmia.

Tra le location di rilievo merita una menzione la Reggia di Caserta che venne utilizzata per girare le scene ambientate nel Palazzo reale di Naboo.

I costumi e gli accessori che vediamo indossare dai protagonisti, soprattutto quelli della regina di Naboo Padmé Amidala (Natalie Portman) e dagli altri membri reali sono un mix sorprendente di stili di abiti tradizionali provenienti da culture di tutto il mondo.

La regina Amidala di Naboo

Le musiche incredibili di John Williams raggiungono nuovi livelli di epicità col famoso brano Duel of Fates composto per questo film e che accompagna il duello finale tra i cavalieri Jedi Obi-Wan Kenobi, Qui-Gon jiin e il Sith Lord Darth Maul.

In conclusione consiglio la minaccia fantasma soprattutto a chi è appassionato della saga. Per chi si avvicina per la prima volta a Star Wars consiglierei di guardare prima gli episodi IV, V e VI per poter poi vedere Episodio I con maggiore consapevolezza dei vari snodi e sviluppi di questo universo.

Recensione Aliens – Scontro finale

James Cameron firma l’avvincente sequel di Alien

Aliens – Scontro finale  è un film del 1986 diretto da James Cameron.

Ellen Ripley, unica sopravvissuta dell’equipaggio della nave commerciale Nostromo attacca da un misterioso alieno, riesce a fuggire. Dopo più di 50 anni di ipersonno, la sua navicella spaziale viene intercettata da una squadra di recupero dalla stazione Gateway, in orbita attorno alla Terra. Durante la sua permanenza nella stazione, Ripley viene informata che la colonia umana presente sul pianeta LV-426 ha interrotto i contatti. Si sospetta che un gruppo di xenomorfi si sia infiltrato nella popolazione.

Aliens è il seguito del capolavoro di Ridley Scott, Alien. Girato nel 1986, più di 6 anni dopo il primo film. Aliens è un buon film di azione fantascientifica, che ha il merito di espandere l’universo pensato da Ridley Scott. Se in Alien la creatura aliena era solitaria e misteriosa, James Cameron in Aliens mette in scena una vera e propria famiglia di Xenomorfi, con tanto di alieno madre.

Nel film il grosso della storia viene occupato dallo scontro impari tra un commando dei marines inviato dalla Terra per sterminare gli alieni, e il gruppo di Xenomorfi, ancora più letali e spietati rispetto al primo film.

James Cameron porta il suo stile in Aliens, con lunghe scene d’azione adrenaliniche e ritmo sempre incalzante, effetti roboanti e nuovi ampi scenari. Una scelta intelligente che ha permesso al film di avere un suo carattere distintivo senza cadere in uno sterile confronto con l’Alien di Ridley Scott.

Il film riesce anche a sviluppare ulteriormente il personaggio di Ellen Ripley (Sigourney Weaver) che era già tra i protagonisti nel primo film. In Aliens, Ripley è un personaggio centrale e nello svolgimento capiamo anche le motivazioni profonde che la spingono ad affrontare di nuovo gli alieni. Nel contempo il suo rapporto con Newt (Carrie Henn), una bambina ritrovata nella colonia, ci permette di vedere l’aspetto materno e protettivo che Ripley ha e che non era stato mai trattato finora. L’attrice confeziona una buona prova come protagonista, determinata ed efficace in battaglia, ma anche dolce e premurosa con la bambina.

Newt e Ripley in una scena del film

Dal punto di vista tecnico il film è realizzato particolarmente bene. Se si considera che nel 1986 la computer grafica era agli albori, il film trabocca di effetti pratici ben realizzati, compresi gli alieni e le scenografie.

Rivisto oggi, più di 30 anni dopo, Aliens non sente il peso degli anni, se non in alcune scene panoramiche dove si vede inevitabilmente un forte contrasto tra lo sfondo e il modellino di astronave in primo piano. Il film ha vinto l’Oscar per gli Effetti speciali e per gli Effetti Sonori nel 1987.

In conclusione consiglio Aliens – Scontro finale agli amanti della fantascienza action e a quanti siano curiosi di continuare la storia di Ellen Ripley dopo Alien.

Recensione Men in Black: International

Quarto film della serie Men in Black con due nuovi protagonisti

Men in Black: International è un film di F.Gary Gray del 2019.

Molly Wright è una bambina di Brooklyn che entra in contatto con un piccolo e curioso alieno. Dopo aver assistito all’intervento dei Men in Black, Molly coltiverà negli anni l’idea di scovare la segretissima sede dei Men in Black a New York. Diventata ormai una donna riuscirà ad entrare furtivamente nella sede e farsi arruolare per diventare lei stessa una MIB.

Men in Black: International è il quarto film dedicato agli uomini in nero dopo MIB – Men in Black (1997), Men in Black 2 (2002), Men in Black 3 (2012).

Questo quarto episodio della serie, dopo aver pensionato gli ormai “anziani” protagonisti Tommy Lee Jones e Will Smith, introduce due nuovi protagonisti: Molly, Agente M (Tessa Thompson) e Henry, Agente H (Chris Hemsworth).

Il duetto Thompson- Hemsworth è famoso, è già apparso in alcuni dei film di maggior successo della Marvel, Thor: Ragnarok e Avengers: Endgame. In queste occasioni abbiamo già potuto apprezzare delle buone prove per i due attori.

In Men in Black i due protagonisti sono sicuramente una coppia interessante e funzionano bene, sia nelle scene d’azione, sia nei momenti comici del film.

Tuttavia Men in Black: International convince meno sul versante della storia che cade nel già visto. High T ( Leam Neeson), il direttore dei MIB, non spicca per particolare originalità, gli altri attori comprimari fanno il loro dovere senza eccellere. Ma possiamo aspettarci profondità da un film sui Men in Black?

Secondo me no, anche il primo film del 1997 era in realtà una leggera commedia fantascientifica, divertente e non impegnativa. Le aspre critiche che ho letto riguardo a Men in Black: International, secondo me, sono date dal fatto che ci si aspettava troppo da un franchise che non ha mai brillato per originalità o qualità cinematografica.

Alla fine della proiezione ho avuto comunque sensazioni positive e consiglio Men in Black: International agli spettatori che cercano un film d’intrattenimento senza impegno, capace di far ridere e far passare due ore spensierate.

Recensione Spider-Man: Far from Home

Spider-Man tra realtà e illusione, smarrimento e consapevolezza

Spider-Man: Far from Home è un film del 2019 diretto da Jon Watts

Tempo dopo lo schiocco di Tony Stark avvenuto alla fine di Avengers: Endgame, Peter Parker vuole prendersi una vacanza dalle scorribande dell’Uomo Ragno e fare breccia nel cuore di Michelle Jones, sua compagna di classe. Ritrova anche i propri compagni cancellati dallo schiocco di Thanos e va in gita con la scuola in Europa. Il mondo, però, ha ancora bisogno di eroi e Peter Parker sarà costretto a indossare il costume anche in vacanza per respingere le minacce provenienti da un misterioso universo parallelo.

Continuano le avventure dell’ Uomo Ragno in questo sequel di Spider-Man: Homecoming. Peter Parker è cambiato, dopo gli eventi drammatici di Avenger: Endgame, per il nostro eroe arriva il momento di una nuova consapevolezza.

La scomparsa del suo mentore Tony Stark e il fatto di doversela cavare da solo, come adulto in grado di fronteggiare da solo le minacce, sono momenti che metteranno alla prova in tutti sensi il nostro Peter Parker. A questo si aggiunge il problema di un adolescente che deve crescere molto (troppo) in fretta e che deve tenere nascosta la sua vera identità. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità e questo sembra mettere in crisi le capacità di Spider-Man e la sua fiducia nelle proprie forze.

Jon Watts realizza un film che è pienamente una commedia, ricco di momenti spassosi e di battute divertenti, inserendo al contempo una linea più drammatica che riguarda l’evoluzione del personaggio di Peter Parker. Il risultato è discreto se consideriamo il taglio che è stato scelto per questo personaggio ai tempi di Homecoming. Un Peter Parker adolescente, più acerbo e immaturo rispetto alle versioni dello stesso personaggio proposte nei film di Sam Raimi.

Il villain di questa avventura, Mysterio, interpretato dal bravo Jake Gyllenhaal, è caratterizzato abbastanza bene e regge con dignità il compito che gli è stato affidato, quello di essere un degno avversario per Spider-Man, senza cadere troppo nella banalità di altri cattivi del Marvel Cinematic Universe.

Far from Home è un film che si gioca sul sottile confine tra realtà e illusione, un tema sempre interessante che in questo caso viene trattato discretamente bene. Le illusioni di Mysterio sono anche le illusioni del cinema stesso e lo spettacolo che il personaggio imbastisce nelle sue grandi entrate in scena, è simile a come oggi viene prodotto un film di massa, con tanto di grandi effetti speciali e set creati digitalmente.

Tom Holland che interpreta Peter Parker, confeziona una buona prova, dando maggiore spessore al personaggio ed esprimendo bene il dubbio e le difficoltà di un giovane eroe alle prese con grandi aspettative ma anche grandi responsabilità.

Meno convincente a mio parere è il rapporto tra Peter Parker e MJ che avrei voluto maggiormente approfondito. In ogni caso il film rimane coerente nel ritrarre la relazione tra i due protagonisti come avevamo già visto in Spider-Man: Homecoming.

Dal punto di vista tecnico il film si distingue per i buoni effetti speciali e per alcune belle scene d’azione che tengono incollati alla sedia. Le sequenze dedicate alle illusioni di Mysterio hanno il giusto effetto straniante e mi hanno positivamente sorpreso.

Un punto a favore anche per le musiche di Michael Giacchino che conferiscono a Spider-Man: Far from Home la giusta atmosfera per un supereroe ormai cresciuto.

Recensione Ender’s Game

Un giovane e promettente comandante è l’ultima speranza per la Terra

Ender’s Game è un film del 2013 diretto da Gavin Hood.

Nel futuro, Ender Wiggins fa parte di un gruppo di giovani talenti nati e cresciuti per combattere una guerra contro una misteriosa razza aliena. Selezionato dal Colonnello Hyrum Graff, interpretato da Harrison Ford, come l’allievo più promettente per le sue grandi doti strategiche, Ender dovrà dimostrare di essere all’altezza delle sue potenzialità per vincere la guerra e sgominare la minaccia aliena, salvando così il nostro pianeta.

Spettacolare epopea fantascientifica ambientata in una Terra del futuro, Ender’s Game è soprattutto un film di adolescenti vittime e artefici di un “gioco” che non sanno bene dove li porterà. Un film che però non si rivolge solo ai giovani ma sa trovare un buon equilibrio nelle tematiche trattate ed è efficace ed apprezzabile anche da un pubblico adulto.

Ender è un giovane dalle grandi doti, forse il migliore del suo genere. La sua missione è quella di diventare il più grande e abile comandante mai esistito, l’unico in grado di sgominare la minaccia aliena che nei decenni passati aveva quasi portato la Terra e l’umanità alla sua estinzione.

Per raggiungere questo obbiettivo il giovane verrà addestrato in complesse simulazioni necessarie per affinare le sue doti. Un mondo ricreato al computer dove lui e i suoi compagni “giocano” in attesa dello scontro reale con il nemico alieno.

Seguendo i passi e l’evoluzione di Ender, interpretato da un bravo Asa Butterfield, il film ci porta a riflettere sull’idea di libertà e sul ruolo degli uomini in un contesto disumano. Temi che abbiamo già visto ampiamente in film come Matrix o Blade Runner e che in Ender’s game vengono se non altro riproposti in maniera efficace.

Asa Butterfield è Ender

Il film illustra anche altri concetti filosofici e sociologici molto cari al genere fantascientifico, come il tema della guerra e dei diritti degli alieni che visti in un senso più ampio rappresentano coloro che sono diversi da noi.

Non è la prima volta che bambini ed adolescenti sono protagonisti in film fantascientifici, basti pensare alla nota saga di Hunger Games. Anche in questo caso i protagonisti diventano vittime di una struttura decisa dagli adulti e vengono spinti a sviluppare aggressività e ostilità nel loro addestramento. Questa è anche un’occasione per il film di entrare efficacemente nella psicologia del giovane Ender, che trasmette durante tutto il film l’ambivalenza di un adolescente sospeso tra la necessità normale di affetto e comprensione e le ambizioni di un vero leader che vuole comandare i propri sottoposti.

La parte che mi ha convinto di meno del film è la sua conclusione, che a mio parere viene trattata in maniera abbastanza sbrigativa considerando le tematiche e le riflessioni proposte nel resto della pellicola.

Il film tecnicamente è realizzato molto bene grazie ad effetti speciali di prima qualità, musiche di Steve Jablonsky efficaci e scenografie accattivanti.

Il mondo di Ender è vario ed è fatto di spazi chiusi e claustrofobici come la stazione orbitante dove i giovani di addestrano, ma anche di ambienti desertici come il pianeta alieno o i boschi e le montagne terrestri.

Le simulazioni di guerra sono state la parte che più mi ha colpito visivamente e sono sicuramente i momenti dove il film da il meglio di sé dal punto di vista spettacolare.

Consiglio Ender’s Game a quanti siano alla ricerca di un buon film di fantascienza che racconti una storia capace di intrattenere e che faccia anche riflettere.

Recensione Ghostbusters – Gli Acchiappafantasmi

Cult movie degli anni ’80, spassoso mix di commedia demenziale, cinema fantastico e fantascienza

Ghostbusters è una commedia diretta da Alain Reitman nel 1984.

Tre acchiappafantasmi decidono di mettere su un’attività per porre fine agli episodi paranormali che infestano New York. Un giorno però un fenomeno di bibliche proporzioni si manifesta in un appartamento nel West Side della città. Gli acchiappafantasmi dovranno fare gli straordinari per combatterlo.

Ghostbusters è diventato un vero e proprio cult movie con il passare del tempo. Merito di una comicità esilarante con tanto di elucubrazioni pseudoscientifiche sugli episodi paranormali, un abile mix di commedia, fantascienza e fantastico.

Una buona prova dei tre protagonisti Peter Venkman (Bill Murray), Raymond Stantz (Dan Aykroid) e Egon Spengler (Harold Ramis), che gestiscono bene i tempi comici e risultano un gruppo affiatato. Alla fine Ghostbusters è un film spassoso, ironico e leggero che io come molti altri vidi la prima volta da bambino in VHS.

Sigourney Weaver, nei panni della giovane Dana Barrett, spaventata vittima dei fantasmi nel suo appartamento è memorabile quando prende le sembianze di Zuul che si impadronisce del suo corpo come un vero e proprio Alien. Zuul minaccia di invadere la città e aprire le porte della Terra a Gozer, misterioso alieno proveniente da una civiltà millenaria.

Dal punto di vista tecnico il film è realizzato bene, considerando i limiti degli effetti speciali degli anni ’80. I fantasmi rivisti oltre 30 anni dopo sono datati ma efficaci e spassosi. Gli effetti mostrano i loro limiti soprattutto nelle scene dinamiche, come nell’inseguimento del mostro di Zuul per Central Park.

Altri elementi del film degni di nota sono i costumi, gli zaini protonici dei protagonisti e la famosa macchina dei Ghostbusters che sono entrati nell’immaginario collettivo dell’epoca.

Anche le musiche meritano una citazione, il brano Ghostbusters composto da Ray Parker Jr è uno dei pezzi da colonna sonora più famosi di sempre.

Il film ha avuto un sequel, Ghostbusters 2 e un remake al femminile nel 2016, Ghostbusters.

Recensione Oblivion

Oblivion, un buon mix di citazioni a molti classici di fantascienza

Oblivion è un film di Joseph Kosinski uscito nel 2013.

2077. Jack è un soldato rimasto sulla Terra tra gli ultimi riparatori di droni da ricognizione che ogni giorno scandagliano il pianeta. Il resto dell’umanità a seguito di una guerra contro una razza aliena chiamata Scavengers si è trasferita su Titano perché la Terra risulta ormai inabitabile. Jack in procinto di unirsi anche lui al resto dell’umanità e intraprendere l’ultimo viaggio verso la sua nuova casa, è però tormentato da un passato che non riesce a lasciarsi alle spalle.

Oblivion è una fantascienza che senza dubbio ha tanto da attingere dal passato, si ritrovano molti temi che sono stati già trattati in precedenti film importanti di questo genere. Da 2001: Odissea nello spazio a Wall-E, da Blade Runner a Moon. Il film è un mix di molte tematiche, sicuramente realizzato bene e dalla confezione convincente, ma che non lascia alla fine il segno tanto quanto ci si aspetterebbe.

Le tematiche citate in Oblivion sono talmente tante che sarebbero troppe da riportare tutte in questa breve recensione. Vale la pena ricordare l’ormai fin troppo sfruttato tema sull’intelligenza artificiale in stile HAL 9000 e il suo rapporto con l’uomo. Oblivion ricalca durante lo svolgimento questa classica trama di genere. Un altro spunto che il film segue è il rapporto tra memoria reale o artificiale, un argomento già ampiamente trattato in Blade Runner e che in Oblivion viene riproposto in maniera didascalica ma efficace.

Il tema dei cambiamenti climatici in una Terra disabitata è un’altro classico scenario usato in molteplici altre storie di fantascienza e che in Oblivion viene utilizzato discretamente bene, il regista Kosinski da il giusto spazio a scenari suggestivi ambientati nella natura, in una Terra che sembra tornata quella di milioni di anni fa.

Jack ( Tom Cruise ) e Julia ( Olga Kurylenko ) in una scena del film

Tom Cruise confeziona una buona prova attoriale, ma sappiamo che è un bravo attore che sa reggere anche parti drammatiche. In questo caso Cruise riesce bene nel dare a Jack quell’ambiguità di soldato fedele alla causa ma tormentato da dubbi sul suo passato. Anche gli altri attori protagonisti fanno tutti un buon lavoro, compreso Morgan Freeman che in questa pellicola fa la parte dell’antagonista un po’ stereotipato ma comunque funzionale.

Il regista Joseph Kosinski da il meglio di se nella parte visiva del film. Effetti speciali, scenografie e design delle architetture sono realizzati veramente bene e colpiscono visivamente, creando un mondo nitido e fantascientifico nel quale immergersi.

In questo senso i campi lunghissimi che il regista usa per mostrare una Terra ormai disabitata e dominata dalla natura, sono molto belli e li ho trovati simili ad alcune riprese di Ridley Scott usate in The Martian.

Per l’architettura e il design Oblivion ricorda Tron: Legacy, film diretto dallo stesso regista, che anche in quel caso è stato in grado di creare un mondo visivamente accattivante. Il mondo di Oblivion è tecnologico e contrappone le sagome bianche e le linee minimal della torre di controllo dove opera il protagonista Jack ai bassifondi sporchi e scuri dove si nascondono gli Scavengers. Una scelta didascalica ma riuscita.

Penso che Oblivion sia sicuramente un buon film d’intrattenimento adatto agli amanti della fantascienza. Una pellicola che risulta ben riuscita che si scopre debole solo per la morale già sentita che comunica nel finale.

Recensione X-Men: Dark Phoenix

La Fenice è libera

X-Men: The Dark Phoenix è un film del 2019 diretto da Simon Kinberg.

1992, Jean Grey è una mutante dai poteri telepatici e telecinetici che fa parte della squadra degli X-Men, durante una missione di recupero nello spazio viene assalita da una misteriosa forza aliena. Recuperata e riportata sulla Terra dagli altri X-Men, Jean comincerà a manifestare illimitati e incontrollabili poteri, diventando un pericolo per le persone e i suoi stessi compagni mutanti.

X-Men: Dark Phoenix è il dodicesimo film dedicato agli X-Men compresi i film spin off dedicati al personaggio di Wolverine e i due film su Deadpool. Un percorso lungo quasi vent’anni, iniziato nel 2000 con X-Men di Bryan Singer. Un film che ricordo vidi quando ero adolescente e che mi aveva lasciato impressionato soprattutto per il fatto di vedere finalmente questi eroi dei fumetti ritratti in maniera realistica sul grande schermo.

In tutti questi anni sono uscite tante pellicole, tante storie, film più interessanti e film meno riusciti. Tutto questo è stato X-Men e questo ultimo episodio sigla la chiusura di un’epoca di film dedicati al gruppo dei noti supereroi. Dark Phoenix non si discosta molto dallo stile delle precedenti pellicole come X-Men: Giorni di un futuro passato e X-Men: Apocalisse.

Ritroviamo i personaggi Xavier, Magneto, Mystica, Ciclope, Tempesta, Nightcrawler, Quicksilver ed altri. Le loro storie sono già state trattate nei film precedenti e in questo ultimo lungometraggio non ci aspettiamo un grande salto in avanti nel loro arco narrativo. Il film si concentra sulla storia di Jean Grey, una mutante che possiede un potere quasi divino. Charles Xavier lo sa fin dal primo incontro, quando Jean è ancora bambina e nel tempo cerca di proteggerla da se stessa e dai mostri del suo tragico passato.

Il Professore cerca di anestetizzare il dolore nella sua mente, così facendo però contribuisce a creare due personalità distinte, da una parte una Jean Grey apparentemente normale e dall’altra la Fenice, un fiume di istinti di inaudita potenza. La “cura” di Xavier però smette di funzionare, dopo che Jean viene investita da una forza aliena che aumenta considerevolmente i suoi poteri.

Al di là di alcune scelte discutibili e di una sceneggiatura non sempre all’altezza, ho apprezzato Dark Phoenix per aver comunque trattato la storia di Jean Grey in maniera efficace. L’attrice Sophie Turner rende bene le sfaccettature di un personaggio tormentato, “vittima” di un grande potere. La sua Fenice ha caratteristiche molto diverse rispetto alla Framke Janssen che interpretò lo stesso ruolo in X-Men: Conflitto Finale, la Fenice della Turner è molto più composta e meno “selvaggia”, anche se a mio parere riesce comunque a rendere interessante il personaggio nella sua interpretazione.

La Fenice Jean Grey in una scena del film

Gli altri protagonisti hanno tutti una parte in linea con lo sviluppo del film, senza eccellere, ma mantenendo un livello buono. Il loro tempo a schermo è ridotto perché il film deve per forza di cose concentrarsi sulla storia della mutante Jean Grey. Xavier e Mystica, interpretati rispettivamente da James McAvoy e Jennifer Lawrence, riescono comunque a realizzare una buona prova. Tra tutti mi ha colpito certamente di più il ruolo di Michael Fassbender, che interpreta Magneto, ancora in grado dopo diversi film di conferire al suo personaggio quel carattere cattivo e tormentato.

Anche dal punto di vista tecnico il film non è male, gli effetti visivi sono realizzati efficacemente con alcune trovate interessanti. In particolare il combattimento per le strade di New York e il confronto sul treno in corsa regalano uno spettacolo di effetti ben realizzato. Belle anche le scene iniziali che ritraggono il lancio dello Space Shuttle (che fu un simbolo degli anni ’80 e ’90).

Consiglio questo film soprattutto agli amanti della saga degli X-Men. Penso che nonostante i difetti, Dark Phoenix rimanga un discreto film d’intrattenimento.