Recensione Ready Player One

Spielberg crea un’oasi virtuale dove cinema e simulazione si incontrano

Ready Player One è un film del 2018 diretto da Steven Spielberg.

Nel 2045 il mondo è sovrappopolato. La gente è costretta a vivere in baraccopoli e cerca una via di fuga allo squallore della propria vita giocando su Oasis, la più grande simulazione virtuale esistente. Un intero mondo dove ognuno può essere chi vuole e fare ciò che desidera. Wade Watts, un ragazzo di Columbus, Ohio è conosciuto come Parzival in Oasis ed è uno dei più bravi player in circolazione.

Dopo la morte di James Halliday fondatore di Oasis, Wade si mette alla ricerca di tre chiavi segrete disseminate nel gioco dal fondatore nella piattaforma, chiavi che permetterebbero di accedere all’Easter Egg finale ed ereditare il controllo del mondo di Oasis. Tuttavia una grande corporation, la IOI è interessata alla stessa cosa.

Spielberg realizza un film diviso in due, da una parte lo splendido mondo virtuale di Oasis, spettacolare e seducente, dall’altra il mondo reale, grigio e impersonale. Ribaltando le premesse della realtà virtuale di Matrix, che dipingeva il mondo virtuale con toni freddi e colori come il verde e il grigio, il mondo virtuale di Spielberg è all’opposto un vero e proprio sogno ad occhi aperti, coloratissimo e scintillante.

La realtà virtuale di Oasis
Spingendo sull’acceleratore degli effetti speciali e sfruttando bene le capacità della motion e performance capture Ready Player One offre un’esperienza immersiva da vero videogioco quasi come se si avessero indosso degli occhiali VR.

Le scene di gare di auto e i combattimenti sono realizzate magistralmente e non possono che lasciare a bocca aperta lo spettatore. I set realizzati digitalmente stupiscono per la precisione dei dettagli e l’incredibile definizione.

Forte elemento che caratterizza questo mondo è la ripresa di miti, riferimenti culturali e cinematografici tipici degli anni ’80 e non solo.
Ogni inquadratura in realtà sembra sfidare lo spettatore a riconoscere personaggi, scenari o indizi che richiamano quell’epoca fortunata.

Così l’auto di Parzival è la Delorean di Ritorno al Futuro e il compagno del protagonista Aech tiene nel suo magazzino una replica del Gigante di Ferro.
Il regista cita se stesso in più occasioni e non si limita ad una semplice ripresa di vecchi temi. Ready Player One spinge oltre il concetto di simulazione ricreando in digitale un’ intera ambientazione proveniente dal film Shining di Stanley Kubrick, un’operazione difficilissima che è un vero e proprio omaggio ad un autore-regista tra i più importanti al mondo.

La realtà e il virtuale, la morale di Spielberg
Anche sul versante della storia, abbiamo personaggi che sentiamo autentici pur essendo per la maggior parte del film degli avatar digitali, non siamo di fronte a un semplice show di effetti speciali fini a se stessi.
Oasis è così interessante, da far quasi sparire le parti girate nel mondo reale, che per forza di cose sono meno incisive.

Il messaggio che Spielberg nasconde dietro questa “oasi virtuale” è che la realtà virtuale per quanto importante debba comunque rimanere una parte della vita e non diventare un rifugio per evitare di sperimentare il reale.

Scheda del film(in inglese)

Recensione The Martian: Il sopravvissuto

Ridley Scott realizza un film visivamente convincente che fallisce nel trasmettere il vero dramma del protagonista

Mark Watney (Matt Damon) astronauta della Nasa in missione su Marte viene abbandonato dai compagni sul pianeta dopo un incidente accaduto durante un’attività sul suolo marziano. Solo e senza viveri sufficienti dovrà trovare il modo di sopravvivere sul pianeta rosso fino all’arrivo dei soccorsi.

L’imponente battage pubblicitario che dipingeva the Martian come uno dei film più interessanti nel genere sci-fi e il fatto che alla regia ci fosse Ridley Scott ( Alien, Blade runner) facevano ben sperare per questa pellicola.

The Martian ha il pregio di essere un film ben girato e realizzato con notevole cura per quanto riguarda gli effetti speciali, la fotografia e le ambientazioni del pianeta rosso, gli scorci di Marte sono splendidi e Scott è
bravo nel valorizzare cinematograficamente questi paesaggi.

Il vero problema di questo film è la storia e la caratterizzazione dei personaggi che a mio parere è completamente sbagliata per un film drammatico. Matt Damon è un bravo attore ma nulla può contro una sceneggiatura che in certi punti non trasmette emozione e sembra scritta per una commedia. Ad eccezione del protagonista tutti gli altri personaggi sono appena abbozzati, l’attore Jeff Daniels che interpreta Teddy Sanders fa quasi ridere come direttore della Nasa, per non parlare del personaggio stereotipato Rich Purnell (Donald Glover), classico genio incompreso che dorme in un ufficio caotico ma è l’unico in grado di risolvere un difficilissimo problema legato alla rotta dell’astronave.

Gli astronauti della missione marziana sono a loro volta delle macchiette, dicono e prendono decisioni incredibili, tra cui quella di non tornare sulla Terra ma andare a salvare il protagonista Watney aggiungendo 500 giorni nello spazio, senza il minimo trasporto emotivo e senza nessun ripensamento o dubbio, facendo diventare il film quasi farsesco.

Il tutto è condito dal classico patriottismo americano e dall’autocompiacimento con strette di mano e applausi continui. Le musiche allo stesso modo, falliscono nel supportare la drammaticità dei momenti, in più occasioni come sottofondo abbiamo musica dance anni ’70, sicuramente divertente, ma che azzera ogni immedesimazione possibile con personaggi e vicende.

In conclusione, a mio parere the Martian è un film adatto a un pubblico che cerca un intrattenimento leggero, non realistico e non si aspetta alcun approfondimento su tematiche del genere sci-fi.

Scheda del film (in inglese)

Recensione Rollerball

Un classico della fantascienza distopica

Rollerball è un film del 1975 diretto da Norman Jewison. In un futuro distopico le società della Terra sono governate dalle corporazioni, la guerra è un antico ricordo e la popolazione vive nel benessere. Violenza, amore, individualismo sono aboliti  e rimpiazzati dal più grande gioco di tutti i tempi: il Rollerball, seguito da milioni di spettatori e trasmesso in diretta televisiva . Jonathan E, uno dei migliori giocatori in campo, oserà ribellarsi alle logiche delle corporazioni per portare avanti la propria carriera in campo.

Rollerball è un film che all’epoca dell’uscita aveva offerto diversi spunti di riflessione su tematiche che sono state poi sviluppate da molte altre opere di fantascienza successive.

Primo fra tutti il concetto della società governata da un’oligarchia di potenti, esponenti di apparati tecnici. Uno scenario che è poi già in parte una realtà ai giorno d’oggi, dove chi controlla tecnologie e algoritmi ha un forte peso politico.

L’idea del gioco come strumento di controllo sociale, il Rollerball è utilizzato e trasmesso in diretta televisiva come forma di ipnotismo per le masse, uno spettacolo macabro dove la violenza è giustificata e portata all’esasperazione.  Un tema sviluppato anche da altri film del genere come Tron (nel contesto della realtà virtuale), fino ad arrivare alla più recente saga di Hunger Games.

Il libero arbitrio rivendicato dal protagonista Jonathan E( James Caan ),  in una società che cancella l’individualità, viene visto come una minaccia per il potere e la credibilità dei governanti. Anche in questo caso è interessante la riflessione in merito che vede l’uomo andare contro al Sistema, in una società  che omologa e cancella differenze e particolarità dell’individuo. Il film prefigura uno scenario dove non solo i ruoli ma anche le emozioni vengono meno, l’uomo diventa quindi un semplice funzionario di apparati, totalmente privo di personalità.

In conclusione, il film  è efficace e ben girato, equilibrato nelle scene di azione così come nelle parti più riflessive.  Degne di nota sono le sequenze nell’arena del Rollerball che ancora oggi a distanza di più di 40 anni, sono altamente spettacolari e ancora in grado di emozionare.

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Recensione Hunger Games: Il canto della rivolta – parte 2

L’ultimo atto della saga Hunger Games

Signore e signori, benvenuti ai 76esimi Hunger Games

L’ultimo film della saga Hunger Games prometteva un epico finale per una storia iniziata nel 2012 con il primo film diretto da Gary Ross e continuata poi sotto la direzione di Francis Lawrence che ha firmato tutti gli altri capitoli della saga.

Il canto della rivolta – parte 2 riprende da dove avevamo lasciato i nostri protagonisti nel film precedente, tra i meriti questo film ha sicuramente quello di aver concluso la storia dei protagonisti, portando a compimento i loro archi narrativi e l’ evoluzione di Katniss Everdeen ( Jennifer Lawrence) e Peeta Mellark (Josh Hutcherson).

L’indipendenza è il forte messaggio che traspare in questo film

Indipendenza di un popolo, ma anche della donna.
La rivolta della ghiandaia imitatrice rappresenta la necessità forte di autodeterminazione e di emancipazione dal ruolo passivo della donna nella società odierna e il suo sempre più alto coinvolgimento nella sfera politica e nelle sorti di un paese. Una tematica che il regista Francis Lawrence illustra efficacemente.

Sul versante prettamente visivo, la pellicola è ricca di colpi di scena. Il film è di buona fattura e sempre di alto livello dal punto di vista della fotografia e nella cura degli effetti speciali.
Il vero problema de Il canto della rivolta – parte 2 a mio parere è da attribuirsi alla necessità, a fini commerciali, di separare questo ultimo atto in due film. Se colleghiamo la prima parte alla seconda avremmo avuto un film più equilibrato e più coeso, narrativamente più efficace.

Purtroppo già all’inizio di questo film capiamo che lo stile ricalca quello della parte 1, che non brillava per dinamismo e ritmo. La vicenda procede molto lentamente, senza scossoni, molto lontano dai momenti di pura tensione che abbiamo visto in Hunger Games e ne La ragazza di fuoco. Il risultato è che anche i protagonisti appaiono appannati nella loro performance, niente di interessante capita in oltre due ore di film, sembra che non si sappia bene cos’altro dire nell’epilogo di questa saga.

Se escludiamo il finale, dove il film si risolleva leggermente, sembra di assistere a una lunga e interminabile sequenza di dialoghi uniti a scene d’azione che non sono necessarie e non trasmettono molta tensione.

L’idea di voler riportare lo stile dei giochi nella missione finale verso la residenza del cattivo Snow pur essendo buona non viene gestita bene, facendo perdere coinvolgimento perché non è più presente lo scenario da reality show che aveva reso Hunger Games diverso rispetto a un qualsiasi altro film di fantascienza.
La battaglia tra il commando di Katniss e gli alieni ibridi nelle fogne, richiama bene l’atmosfera di Alien, ma manca di carattere e le creature informi assomigliano troppo a quelle viste in moltissimi altri film di genere.

Le scene finali offrono comunque l’ultimo sprazzo di vitalità e di coinvolgimento di questa saga.
In conclusione, il canto della rivolta – parte 2 soddisfa a mio parere solo in parte le aspettative dello spettatore e mostra segni di stanchezza nello sviluppo della storia. Un vero peccato perché la vicenda ci aveva regalato soprattutto nei primi due capitoli momenti di coinvolgimento intenso e aveva anche permesso di riflettere su tematiche mature ed attuali pur essendo una saga pensata per il pubblico giovane.

Scheda del film( in inglese)

Recensione Hunger Games: Il canto della rivolta parte I

Un film a metà

Il canto della rivolta parte I è il terzo film della saga Hunger Games. Dopo gli Hunger Games della memoria, Katniss apprende che il distretto 12 è stato distrutto e che gli esponenti della rivolta vivono ora in un bunker nel distretto (fantasma) 13. La resistenza intende usare Katniss come esponente per una serie di video di propaganda con lo scopo di incitare gli altri distretti alla rivolta contro Capitol. Ma il cattivo presidente Snow ha un asso nella manica.

Hunger Games: il Canto della Rivolta parte I inizia dove La ragazza di fuoco era finito, il tono di questa pellicola è nettamente diverso dai film precedenti. I toni scuri sono i protagonisti, quasi tutta la vicenda si svolge in luoghi sotterranei, il nero, il grigio sono i colori dominanti, gli scenari sono spesso campi di macerie e il bunker, nuova dimora della resistenza, in un paio di scene sono ancora presenti ambienti naturali come la foresta, anche se per brevissimo tempo.

In questo film siamo introdotti alla nuova capa della resistenza Coin ( interpretata da Julianne More ),che dirige le mosse che dovrebbero portare a compimento la rivolta. Tutto il film è centrato sul personaggio di Katniss che è sempre in bilico nelle intenzioni, perplessa nell’accettare le proposte di Coin e tormentata all’idea di diventare leader di una causa che forse non la convince fino in fondo.

Il film ha il pregio di introdurci in uno scenario singolare, non consueto, dove esperti di comunicazione come Plutarch lavorano nell’ombra, decidono, creano strategie e combattono una sorta di guerra senza armi, tra schieramenti che utilizzano i media per volgere le forze in campo a proprio favore.

La storia tuttavia non decolla mai,la causa è in parte dovuta alla decisione di spezzare in due il racconto che poteva essere usato per fare un’unica pellicola, molto migliore.

Vediamo Katniss aggirarsi tra le macerie del distretto 12, fare una visita a un ospedale da campo pieno di feriti, la vediamo scoccare un paio di frecce per difendere l’ospedale. Nessuna di queste scene però sembra avere un motivo serio di esistere, non c’è tensione. L’intero film sembra quasi uno spot o un trailer allungato, un preambolo in attesa di un qualcosa che arriverà nel seguito.

La tensione delle scene è sempre bassa e il ritmo è lento anche perché apparte Katniss gli altri protagonisti presenti non sono stati definiti abbastanza e non si teme più di tanto per la loro sorte.

I protagonisti storici come Peeta e Finnik che avevano creato un legame emotivo forte con Katniss e con il pubblico sono lasciati sullo sfondo, sostituiti da lunghe scene di discorsi propagandistici e politici tra la responsabile Coin e Plutarch, l’esperto di comunicazione o altri sottoposti.

La storia avanza con lentezza, il finale contiene un colpo di scena importante per il proseguo della vicenda, ma accade proprio alla fine, lasciando lo spettatore con l’amaro in bocca per una conclusione che appare come necessaria per rispettare la logica del film in due parti.

Scheda del film(in inglese)

Recensione Hunger Games: La ragazza di fuoco

Un sequel spettacolare che introduce il terzo episodio della saga

Ricorda chi è il vero nemico.

Hunger Games: La ragazza di fuoco inizia dove Hunger Games era finito. Katniss e Peeta risultati vincitori nell’arena di Hunger Games, dovranno ora intraprendere il Tour dei Vincitori attraverso i distretti di Capitol city. In questo viaggio entreranno in contatto con le prime scintille della rivolta contro il potere dittatoriale di Snow. Nonostante siano protetti dalla celebrità e dalla vittoria appena ottenuta, i due protagonisti saranno costretti ad affrontare nuovamente i giochi, dopo che Snow, il dittatore di Capitol inizia a sospettare i due come fomentatori della rivolta dei distretti.

La ragazza di fuoco è un film di passaggio che ci introduce alla parte conclusiva della vicenda ( trattata nei film Hunger Games:Il canto della rivolta – parte 1 e 2).

Seppur la struttura del film sembri inizialmente ricalcare quello che era già stato mostrato in Hunger Games di Gary Ross, la ragazza di fuoco è in realtà un sequel molto diverso che ci permette di entrare più in profondità nella personalità dei protagonisti, in particolar modo di Katniss e vedere l’evoluzione che la porterà a diventare paladina della rivolta contro Capitol.

Francis Lawrence succede a Gary Ross nella direzione nel film e il budget raddoppia. Il cambiamento si vede e il film ne guadagna in dinamismo e spettacolarità senza scadere in un futile accumulo di effetti speciali. La ragazza di fuoco è ben scritto e girato, il ritmo è sempre alto e la sceneggiatura è efficace, il risultato è una pellicola molto coinvolgente per le oltre due ore e venti di durata del film.

Lo spettacolo è garantito anche grazie a una nuova arena dei giochi ancora più temibile, tanto da sembrare un vero e proprio labirinto di morte, Francis Lawrence in questa fase spinge il piede sull’acceleratore degli effetti speciali regalando scontri e situazioni di pura tensione.

Una menzione a parte va fatta per la protagonista Katniss interpretata da Jennifer Lawrence, se già in Hunger Games aveva dimostrato notevoli doti recitative, ne la ragazza di fuoco raggiunge picchi di intensità ancora più alti, esprimendo molto bene il tormento della protagonista, la sua forza ma anche i suoi momenti di debolezza. Al contempo anche Peeta interpretato dall’attore Josh Hutcherson ha la possibilità di emergere meglio rispetto al primo episodio e confeziona una performance convincente.

In conclusione, la ragazza di fuoco è un degno sequel del primo Hunger Games, un film di alto intrattenimento che lascia intatta la curiosità per i successivi capitoli.

Scheda del film(in inglese)

Recensione Hunger Games

Un Truman Show all’ultimo sangue

Possa la fortuna essere sempre a vostro favore

Hunger Games è un film diretto da Gary Ross, tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza di Suzanne Collins.

In un futuro distopico, la nazione Panem è regolata da una dittatura che regna nella città di Capitol. La popolazione povera è distribuita in 12 distretti e vive in miseria. Ogni anno, per il divertimento della gente di Capitol, 24 giovani dei distretti vengono sorteggiati per partecipare agli Hunger Games, una versione fantascientifica dei giochi gladiatori romani, dove i concorrenti armati si sfidano in lotte all’ultimo sangue all’interno di un arena futuristica. Caratteristica peculiare di questi giochi è la copertura mediatica da reality show. Ogni concorrente viene trattato come fosse una celebrità, intervistato e seguito per la durata dei giochi, potrà così guadagnarsi il favore o lo sfavore del pubblico. Al termine dei giochi solo una persona verrà incoronata vincitrice degli Hunger Games.

Il film è la storia di Katniss Everdeen e Peeta Mellark sorteggiati per rappresentare il distretto 12 alla 74° edizione degli Hunger Games. I due catapultati dalla miseria della propria realtà agli sfarzi e agli eccessi di Capitol city, dovranno imparare come volgere il pubblico al loro vantaggio e sopravvivere così nell’arena.

Il reality show
L’aspetto più interessante della pellicola è la componente televisiva da reality show inserita in una trama classica. L’aspetto del riprendere la morte e l’assassinio come fosse una finzione e darlo in pasto a un pubblico compiacente rappresenta una versione più estrema del Truman Show, i protagonisti sono infatti calati in un ambiente artificiale e possono essere eliminati non sono dagli altri concorrenti ma anche da trappole attivate dagli stessi strateghi del gioco che controllano lo svolgimento regolare della competizione.

La desensibilizzazione della violenza è un tema attuale che i media hanno effettivamente creato nel pubblico e in Hunger Games ne vediamo le conseguenze estreme.

L’altro aspetto che merita considerazione è la parte promozionale e pubblicitaria che questi concorrenti devono affrontare per poter avere sponsor e crearsi un seguito che possa far aumentare le loro chance di sopravvivere. Per un attimo ci sembra di dimenticare che siamo di fronte ad assassini quando i protagonisti vestiti alla moda rilasciano interviste e raccontano storie create ad hoc per attirare il favore della folla.

Regia
Gary Ross gira il film con uno stile asciutto ed essenziale con grande utilizzo di macchina a mano e inquadrature strette. L’espediente accresce la tensione delle scene e permette allo spettatore di calarsi efficacemente nell’azione facendo sentire e vedere in prima persona la paura e le emozioni dei protagonisti. Tuttavia in alcuni momenti questo stile rischia di rendere l’azione meno chiara perché troppo concitata e fa perdere a tratti la continuità dell’azione.

Interpreti
Jennifer Lawrence ( Passengers, Red Sparrow ) che interpreta la protagonista Katniss è azzeccata perché pur essendo giovane conferisce al personaggio quella profondità giusta non cadendo nel cliché di un personaggio monocorde esclusivamente buono. Tra le altre interpretazioni significative Stanley Tucci che interpreta Caesar Flickerman il presentatore del reality show che intervista i vari personaggi trasmette bene la pazza euforia da anchorman consumato. Donald Sutherland nella parte del capo Snow è mellifluo e ipnotico come ce lo si aspetterebbe.

In conclusione Hunger Games è un film di intrattenimento che consiglio perché nonostante il target giovane è anche in grado di fornire spunti di riflessione più maturi.

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Recensione Passengers

Un’avventura romantica nello spazio profondo

Abbiamo tutti dei sogni, facciamo programmi pensando di essere padroni del nostro destino ma siamo passeggeri, andiamo dove il destino ci porta. Non è la vita che ci aspettavamo, ma è la nostra.

Un viaggio intergalattico di 120 anni verso la colonia extraterrestre Homestead II, cinquemila persone in ibernazione attendono il risveglio poco prima dell’arrivo. A causa di un guasto all’astronave Jim Preston (Chris Pratt), ingegnere meccanico, si risveglia accidentalmente a 90 anni dall’arrivo. Condannato a vivere il resto della propria vita prigioniero nella nave Jim dovrà trovare un modo per sopravvivere. Tempo dopo il suo risveglio conoscerà Aurora Lane interpretata dall’attrice Jennifer Lawrence (Hunger Games, Red Sparrow), anche lei risvegliata dall’ibernazione. Inizia qui una relazione tra i due, che è la colonna portante della trama di Passengers, film diretto da Morten Tyldium nel 2016.

Un film di fantascienza che non ha timore di utilizzare ambientazioni e suggestioni comuni nel genere fantascientifico, a partire dal viaggio dell’umanità verso una colonia extraterrestre, uno scenario già anticipato in Blade Runner, per continuare con l’ibernazione, un tema classico in pellicole come Alien. Passengers sfrutta questi scenari e li lascia sullo sfondo, portando in primo piano la storia d’amore di Jim e Aurora. Le scenografie e il design degli interni della nave intergalattica Avalon regalano alla pellicola un’atmosfera elegante.

La nave Avalon può essere vista come un fantascientifico Titanic, alla deriva del cosmo, o ancora come una metafora della vita. E’ attraverso queste chiavi di lettura che il film riesce meglio, non cadendo troppo nel cliché e riuscendo a coinvolgere lo spettatore proponendo qualche riflessione più generale sul destino dell’uomo, sulla solitudine e sui rapporti umani.

Se si sorvola sui difetti della pellicola e su qualche leggerezza nel trattare il tema, Passengers è un film lineare nello svolgimento ed è comunque in grado di intrattenere efficacemente lo spettatore.

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Looper

Linee temporali che si intersecano, una riflessione sul passato e sul futuro

Nel 2074 il viaggio del tempo è illegale, i Looper sono dei sicari incaricati da un’organizzazione criminale di eliminare le vittime che vengono mandate indietro di trent’anni per essere fatte sparire. Il premio alla fine della carriera di ogni killer è quello di uccidere, senza saperlo, il se stesso del futuro, chiudendo quindi il proprio loop e garantendosi trent’anni di bella vita. Ma qualcosa va storto e il protagonista Joe, interpretato dall’attore Joseph Gordon-Levitt si lascia sfuggire il se stesso del futuro che comincia ad agire per cambiare il dopo, un futuro che lui stesso non ha ancora vissuto. Inizia così una caccia all’uomo che porterà ad un epilogo singolare.

Il regista Rian Johnson ( Brick, The Brothers Bloom, Star Wars Episodio VIII: Gli Ultimi Jedi ) prende alcuni temi cari al genere fantascientifico confezionando un film carico di suggestioni, una visione interessante perché non si limita ad illustrare i paradossi temporali in pura chiave spettacolare come avevano fatto altri film molto famosi come ad esempio Terminator(1984) o Ritorno al Futuro(1985) ma propone una riflessione sulla memoria, sulle scelte compiute e sulle loro conseguenze.

Arrival

Il mistero della comunicazione

Misteriosi dischi volanti entrano nell’atmosfera terrestre e si posizionano in varie aree del pianeta, chi sono? Da dove vengono? La loro presenza getta nel caos la popolazione, ma qualcuno si interroga sullo scopo di questa “invasione” e cerca un primo contatto con la presenza aliena.

Arrival, diretto da Denis Villeneuve,è una pellicola che condensa con efficacia alcuni dei temi classici della fantascienza, da 2001 Odissea nello spazio, a Solaris, passando per Contact e Incontri ravvicinati del terzo tipo, oguno di questi grandi film ha sviluppato tematiche che sono state poi riprese e reinterpretate in molti altri film. Villeneuve con Arrival è consapevole dell’importante eredità di queste pietre miliari del genere fantascientifico e con questa pellicola tenta di accostarsi ad essi, arricchendo il panorama introducendo nuovi interrogativi a queste tematiche e confezionando un film efficace.

Alla protagonista Louise Banks, linguista riconosciuta a livello internazionale, viene affidata la missione di decifrare la lingua degli alieni. La protagonista viene imbarcata su un elicottero militare diretto verso il luogo di atterragio di uno dei misteriosi oggetti. Inizia qui un viaggio fisico e mentale che Louise vive quando entra per la mia volta in contatto con gli extraterrestri. Alle prese con le difficoltà di interpretazione della “lingua” degli alieni ma anche con i pregiudizi e le ottusità dei militari e politici a capo della spedizione di ricerca, Louise comincia a svelare il mistero intorno a questi misteriosi esseri e capisce al contempo un’importante verità sulla sua vita passata e futura. Il film, efficace sul piano narrativo, lascia allo spettatore una serie di domande che assumono un carattere universale sul significato della comunicazione e dei rapporti umani.