Recensione Il Quinto Elemento

Un film cult di fantascienza ironico e divertente

Il Quinto Elemento è un film del 1997 diretto da Luc Besson.

Una congiunzione astrale apre un varco nel nostro universo, una forza malefica in grado di annientare ogni forma vivente minaccia l’esistenza del cosmo.
Per scongiurare la fine l’unica speranza è un’arma composta da quattro pietre che rappresentano gli elementi naturali aria, acqua, fuoco e terra uniti ad un quinto elemento misterioso.

Egitto, primi del ‘900.

Una razza aliena superiore, i Mondoshawan, arrivano sulla Terra per prelevare l’arma, proprio mentre un archeologo sta per trovarne il nascondiglio dentro un tempio egizio. Trecento anni dopo, quando il male torna a minacciare la Terra i Mondoshawan provano a restituire ai terrestri gli Elementi, ma durante il viaggio vengono intercettati da una banda di alieni mercenari.

Il Quinto Elemento è stato uno dei film che vidi più spesso da adolescente, ho deciso di rivederlo e di recensirlo quasi venti anni dopo la mia prima visione.

Besson dirige una pellicola di fantascienza ad alto contenuto spettacolare, merito di un budget considerevole ( 100 milioni di dollari ) e di un cast eccellente tra cui spiccano Bruce Willis, Gary Oldman e Milla Jovovich.

Il Quinto Elemento è un classico film d’azione fantascientifica con tanto di eroe, Korben Dallas (Bruce Willis), che per caso si imbatte in una strana ragazza dai capelli rossi, Leeloo (Milla Jovovich), e prende a cuore la missione che comprende il salvataggio dell’intera Galassia.

La trama non spicca per particolare originalità e durante il film si notano chiaramente le influenze rispetto a classiche pellicole di fantascienza come Blade Runner, Star Wars ed altri film. Quello che rende il Quinto Elemento un film interessante sono le scenografie, il design di oggetti e ambienti, i costumi. Da questo punto di vista Luc Besson ha creato un immaginario che è diventato, col passare del tempo, iconico.

Il Quinto Elemento è fortemente ispirato dal mondo dei comics, visivamente coloratissimo, i costumi realizzati da Jean Paul Gaultier spiccano per essere tra le creazioni più originali in un film di questo genere. Le scenografie sono state curate da due importanti illustratori di fumetti francesi Moebius e Mazieres, che hanno creato per il Quinto Elemento scenari diversi come la New York del 23° secolo piena di macchine volanti o il singolare aspetto degli alieni Mondoshawan.

La creazione dell’immaginario de Il Quinto Elemento ( in inglese )

Il tono del film è ironico, una scelta che rende la pellicola facile da seguire e divertente, a tratti tuttavia il film si perde in siparietti comici, soprattutto nella terza parte dove il personaggio del DJ radiofonico Ruby Rhod risulta a tratti prolisso e fastidioso.

Se si considera il Quinto Elemento come un fanta-kolossal ad alto budget, divertente e leggero, sicuramente il film di Besson ha centrato l’obbiettivo e verrà ricordato per questi elementi originali che impreziosiscono la pellicola.

Scheda del film (in inglese)

Recensione Edge of Tomorrow

Fantascienza ad alto tasso di adrenalina

Edge of Tomorrow è un film di Doug Liam del 2014.

In un futuro in cui una razza aliena sta invadendo la Terra, in Europa si combatte una delle battaglie decisive per la sopravvivenza dell’uomo.

Il maggiore statunitense William Cage (Tom Cruise) viene arrestato e inviato al fronte in Francia. Durante la battaglia viene contaminato dal sangue di un esemplare alieno ed è costretto a rivivere sempre lo stesso giorno in un loop temporale senza fine. Cage dovrà trovare grazie a questo potere e all’aiuto del soldato Rita Vrataski (Emily Blunt) un modo per vincere la guerra contro gli alieni e uscire così dal loop temporale.

Edge of Tomorrow è un film di fantascienza ad alto tasso di adrenalina, ricco di azione e ben girato. Doug Liam ci porta nel campo di battaglia con la macchina a mano facendo sentire allo spettatore tutta l’ansia e l’adrenalina della battaglia.

La storia si sviluppa a partire dal loop temporale, vediamo così il protagonista Cage rivivere più volte lo stesso giorno dopo essere stato ucciso in battaglia. L’effetto è gestito bene, il pericolo era quello rendere il film noioso e ridondante mostrando sempre le stesse scene, il montaggio è invece realizzato con precisione e viene sfruttato per far vedere allo spettatore aspetti diversi della stessa sequenza temporale e arricchire la storia.

I personaggi principali, Cage e Vrataski sono sviluppati bene vediamo una certa evoluzione di entrambi anche se nel film l’azione fa da protagonista e i momenti di dialogo sono più sacrificati. Il rapporto tra i due protagonisti è forse la parte più interessante del film, è qui che vediamo le emozioni e comprendiamo i vissuti personali di entrambi. Due persone di fatto imprigionate in una sequenza temporale che sembra non avere mai fine e che sono costretti a vedersi morire più e più volte con tutte le conseguenze psicologiche del caso.

La fotografia, la messa in scena e gli effetti speciali di Edge of Tomorrow sono di ottimo livello, anche nelle scene di azione più concitate non si perde l’orientamento e questo è un pregio.

Le tecnologie che caratterizzano il futuro del film tuttavia, pur essendo funzionali non brillano per particolare originalità, ogni soldato è protetto da un esoscheletro e utilizza armi convenzionali, uno scenario già visto in molteplici pellicole di questo genere ( Avatar, Elysium ). A mio parere questo è l’aspetto meno interessante del film.

in conclusione, Edge of Tomorrow è un film che consiglio a chi apprezza i film di fantascienza ad alto tasso di adrenalina.

Scheda del film (in inglese)

Recensione Bumblebee

Bumblebee, un Transformers dal cuore grande

Un film che si discosta in positivo dalle precedenti pellicole della serie diretta da Michael Bay, un cambiamento in meglio che dona un nuovo sguardo più intimo e introspettivo su uno dei protagonisti della celebre saga, Bumblebee.

1987, California. Charlie Watson è una diciassettenne con la passione per le auto, passa la propria vita tra un lavoro per racimolare due soldi e il garage di famiglia dove mette a posto una vecchia auto d’epoca. È orfana di padre e non ha un buon rapporto con la madre e con il suo nuovo patrigno. Dopo aver adocchiato un vecchio Maggiolino nel parcheggio di una rimessa, portando a casa l’auto si rende conto che quell’automobile è in realtà un Trasformers, Bumblebee.

Il regista Travis Knight confeziona un film convincente di puro intrattenimento, dove musiche e atmosfere anni ’80 donano alla  pellicola un sapore vintage. Il ritmo è giusto e in Bumblebee scene d’azione e momenti più introspettivi sono dosati con equilibrio. La trama è convenzionale ma ben sviluppata.

L’attrice Hailee Steinfeld che interpreta Charlie è credibile e confeziona una buona performance nel ritrarre una ragazzina alle soglie dei 18 anni, con le sue contraddizioni e difficoltà tipiche dell’adolescenza.  Buona anche la riuscita dei personaggi di contorno, dalla madre di Charlie al patrigno che hanno meno minuti a schermo ma non risultano eccessivamente stereotipati.

Bumblebee è un film ben realizzato soprattutto se paragonato ai precedenti della stessa serie Trasformers, che non raggiungono la sufficienza in quanto a storia e sviluppo dei personaggi.

L’influenza spielbergiana nella pellicola è molto presente ( in questo film il noto regista è produttore esecutivo), non è difficile notare il parallelo tra Bumblebee e film come E.T. o il Gigante di Ferro. Dopotutto il robot rappresenta il diverso, è indifeso, incapace di comunicare e  ricercato dai Trasformers nemici e dalle autorità terrestri. Bumblebee assume le sembianze del Maggiolino e trova in Charlie un aiuto prezioso, proprio come nella trama di E.T, dove l’alieno doveva essere nascosto in casa dal protagonista Elliott per evitare che le autorità lo arrestassero.

La parte che a mio parere da più spessore alla pellicola è proprio questo legame di amicizia tra la ragazza e il robot Bumblebee, entrambi sono accomunati da un passato di sofferenze ed entrambi si trovano spaesati nel loro ambiente. Questa amicizia permetterà a Charlie di maturare e a Bumblebee di capire il suo ruolo sulla Terra come esponente della resistenza dei Trasformers.

In conclusione, consiglio questo film agli amanti della saga ma anche a chi voglia passare due ore di puro intrattenimento.

Scheda del film (in inglese)

Recensione Macchine Mortali

Un film che affascina visivamente, ma resta modesto nella storia che racconta

Macchine Mortali è un film del 2018 diretto da Christian Rivers tratto dal libro Macchine Mortali di  Philip Reeve.

In un futuro post-apocalittico dove la Terra è una landa desolata, città e centri abitati sono strutture semoventi che si spostano su cingoli. Le più piccole cercano si sopravvivere alleandosi mentre le più grandi si muovono alla ricerca delle più sperdute e isolate per inglobarle e acquisirne le risorse. Londra è tra le più grandi città predatrici e si muove in Europa in cerca di ricchezza e carburante per i suoi motori. Taddheus Valentine ( Hugo Weaving ) uomo di potere ed esponente di Londra ha in mente un losco piano per sconfiggere la lega delle città che si oppongono al dominio della capitale. Valentine  troverà però un ostacolo in Hester Shaw (Hera Hilmar), giovane ragazza dal passato misterioso.

Macchine Mortali è un film prodotto e sceneggiato da Peter Jackson ( Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit) e ha il pregio di regalare alcune sequenze visivamente convincenti.

La pellicola si basa decisamente sull’eredità di classici del cinema fantasy e fantascientifico. Questo può essere visto come un pregio, ma anche come un difetto. Macchine Mortali è chiaramente un intreccio di atmosfere e influenze come Il Signore degli Anelli, la fantascienza cyberpunk e steampunk, la cinematografia di Miyazaki, Matrix, Star Wars. Il risultato è a tratti interessante. Le architetture verticali delle città semoventi unite allo stile antico che caratterizza gli ambienti e le astronavi del film, sono convincenti. La fotografia e gli effetti speciali sono di alto livello e rendono bene la complessità di questo mondo fantastico.

Tuttavia il film non arriva fino in fondo al cuore dello spettatore a causa di una storia troppo lineare e che sa di già visto. Non mancano durante il film le sequenze che ci portano ad approfondire il passato dei protagonisti Hester e Tom, giovani ragazzi che hanno origini diverse ma sono uniti nelle avversità. Comprendiamo le motivazioni che portano i nostri eroi ad allearsi contro il nemico Valentine. Tuttavia la vicenda è sviluppata in maniera non particolarmente incisiva, ed è priva di originalità che potrebbe far fare al film un salto di qualità.

In conclusione, Macchine Mortali risulta un film godibile di puro intrattenimento adatto ad un pubblico giovane e per chi alla ricerca di un film interessante e non impegnativo.

Scheda del film (in inglese)

Recensione Il tempo dei primi – The Spacewalker

La storia della prima passeggiata spaziale

Il tempo dei primi è un film di Dmitrij Кisseliov del 2017 che racconta la storia dell’astronauta Aleksej Leonov, primo uomo ad effettuare una camminata spaziale.

La pellicola racconta le vicende dell’addestramento e della missione che porterà Leonov e il suo compagno cosmonauta Pavel Beljaev in orbita intorno alla Terra e fuori dalla navicella Voshod 2, per la prima attività extraveicolare nella storia.

Il film ci introduce agli scenari della corsa allo spazio, un periodo di forte tensione tra Usa e Unione Sovietiva. In questa atmosfera tesa si svolge l’impresa di Leonov, una missione considerata suicida per molti, proprio perché richiese innovazioni tecnologiche che si credevano impensabili per l’epoca. La sola creazione del primo Airlock per permettere al cosmonauta di uscire e rientrare nella capsula senza depressurizzare la cabina della navicella fu una delle sfide ingegneristiche più difficili da superare.

La pellicola ritrae efficacemente le difficoltà e i pericoli che i due cosmonauti furono chiamati ad affrontare durante la missione, una serie di gravi avarie che in più occasioni misero a rischio la vita dei protagonisti e il successo dell’impresa. La sequenza di problemi ricorda per similitudine la sfortuna che perseguitò la missione statunitense Apollo 13.

Il tempo dei primi dura più di 2 ore e si segue con piacere grazie ad una regia e a un montaggio efficaci. Alla fine la pellicola ci consegna il ritratto di Aleksej Leonov, un “Top Gun” ambizioso e avventato ma che seppe anche dar prova di sangue freddo e grande capacità nelle situazioni più difficili.

Il film è arricchito da alcune sequenze particolarmente suggestive, come la partenza del razzo Soyuz durante una nevicata, o le incredibili immagini della Terra viste da Leonov durante la passeggiata spaziale.

Consiglio il film a quanti vogliano saperne di più sulla storia dell’esplorazione spaziale dalla prospettiva sovietica.

Recensione First Man – Il Primo Uomo

La storia del primo uomo che camminò sulla Luna

First Man – Il Primo Uomo è un film del 2018 diretto da Damien Chezelle. Il film racconta la storia di Neil Armstrong, astronauta Nasa e primo uomo a camminare sulla Luna.

Un film che è diviso in due parti, da una lato il regista esplora le dinamiche famigliari e la vita domestica di Neil Armstrong (Ryan Gosling), dall’altra vediamo il protagonista impegnato negli addestramenti e nelle missioni spaziali che hanno preceduto lo sbarco sulla Luna.

Chezelle decide di narrare questa storia utilizzando spesso camera a mano e usando molte inquadrature in soggettiva, il punto di vista è spesso quello dell’astronauta.

Tutto il film è un crescendo di tensione, scopriamo alcuni aspetti drammatici legati alla famiglia di Neil e le motivazioni che lo spingono a dedicarsi completamente al programma Apollo. Il rapporto con la moglie Janet interpretata dalla brava Claire Foy è reso bene soprattutto nei momenti drammatici.

La conquista della Luna è stato un processo lento, costellato di tragedie e di astronauti scomparsi, spesso la Nasa si è trovata in situazioni di incertezza e indecisione, incalzata nel frattempo dai successi dei sovietici, e  ha dovuto superare parecchie sfide prima di poter raggiungere l’obbiettivo.

Il film ha il pregio di ritrarre in maniera realistica questi scenari, allontanandosi dalla retorica stereotipata ed eccessivamente ottimista tipica di altri film statunitensi legati a questo tema.

Dal punto di vista fotografico e registico il film è di alto livello, Chezelle gioca con le forme e le luci creando inquadrature di grande effetto visivo, simili in alcuni momenti alle suggestioni di 2001: Odissea nello Spazio e Interstellar. Il ritmo della pellicola è sempre alto per tutte le 2 ore di pellicola, merito di un montaggio serrato.

D’altra parte First Man è un film che lascia aperti quesiti e dubbi sulla figura di Neil Armstrong, su di lui non si ha un quadro completo. Capiamo solo alcune sue motivazioni ma resta la sensazione di non aver compreso del tutto il personaggio.

Forse è proprio la volontà del regista Chezelle di lasciare un’ ombra nel ritratto di un uomo che era riservato e schivo, sicuramente non avvezzo alla popolarità che ha ottenuto dopo la grande impresa di cui fu protagonista.

Scheda del film(in inglese)

 

Recensione Gravity

Lo spazio mai così realistico

Gravity è un film del 2013 diretto da Alfonso Cuarón.

Una missione Shuttle statunitense per riparare il telescopio spaziale Hubble viene investita da una pioggia di detriti causati dalla distruzione di un satellite russo. Dopo il danneggiamento dello shuttle e la compromissione della missione, il comandante Matt Kowalski e la specialista di missione Ryan Stone, saranno costretti a una corsa contro il tempo per salvarsi la vita.

Cuarón realizza un film visivamente eccezionale. Grazie ad ottimi effetti speciali e ad una convincente fotografia ( curata da Lubezki), Gravity porta lo spettatore nello spazio. La meticolosità con la quale vengono riprodotti gli ambienti e le astronavi, la stazione spaziale ISS, il veicolo spaziale russo Soyuz sono di altissimo livello.

Allo stesso modo il 3D rende l’esperienza dello spazio aperto immersiva al punto giusto, facendo venire in alcuni momenti le vertigini. Altro pregio del film è il sonoro: niente esplosioni e fragori proprio perché nello spazio il suono non si trasmette.

Gli unici rumori che sentiamo sono il respiro degli astronauti e le vibrazioni trasmesse alle tute dai vari utensili e strumenti utilizzati durante le passeggiate spaziali. I momenti drammatici della vicenda vengono resi bene da suoni e musiche minimali, un approccio molto diverso rispetto ai brani classici presenti in altre famose pellicole di fantascienza. Il regista Cuarón, comunque, non perde l’occasione di omaggiare in certe scene alcuni film iconici come 2001: Odissea nello spazio, Solaris o Alien.

Gravity tuttavia mostra il suo punto debole nella sceneggiatura. I dialoghi tra i due personaggi principali sono deludenti soprattutto in alcuni frangenti dove ci si aspetterebbe maggiore profondità.

Le battute di Kowalski ( George Clooney) se inizialmente possono divertire, annoiano presto e risultano fastidiose, finendo per far andare il film alla deriva. Il personaggio di Ryan Stone ( Sandra Bullock) è più riuscito e viene approfondito meglio, ma scade anche lei nella banalità in alcuni dialoghi dove forse sarebbe stato meglio tacere.

In conclusione Gravity è un film che verrà ricordato per i grandi effetti speciali, per la regia di ottimo livello e per l’esperienza realistica che regala, ma non lascia molto allo spettatore sul versante della storia.

Scheda del film (in inglese)

Recensione Europa Report

Una fantascienza realistica

Europa Report è un film del 2013 diretto da Sebastien Cordero.

La pellicola racconta la storia dell’equipaggio della prima missione spaziale diretta verso Europa, una delle lune di Giove.

Realizzato con uno stile found-footage, Europa Report si differenzia rispetto ad altri film del genere fantascientifico per l’approccio realistico e scientifico, dedicando meno spazio alla componente fantastica della vicenda. Quasi tutto il film è composto dal montaggio di riprese dell’interno della navicella spaziale, realizzate dalle telecamere di sorveglianza e monitoraggio comuni nelle missioni spaziali.

Il film ha il pregio di introdurci in uno scenario plausibile. Il viaggio verso una luna sconosciuta ma non troppo lontana da risultare poco credibile, l’equipaggio eterogeneo e internazionale come potrebbe effettivamente essere in una ipotetica missione oltre la Luna.

La caratterizzazione dei protagonisti è sufficiente e le sfide che i personaggi affrontano nel film risultano credibili. Europa Report, proprio perché si basa su queste riprese con telecamere fisse, mostra poco gli scenari nello spazio aperto, anche se alcune sequenze sono ambientate all’esterno dell’astronave. Un altro elemento caratteristico è l’uso abbastanza comune di riprese in soggettiva, grazie a telecamere posizionate all’esterno delle tute spaziali, si ha così un maggiore coinvolgimento e immedesimazione del pubblico in determinate sequenze action. Il film è ricco di momenti di suspense e il montaggio serrato accentua questa sensazione di tensione.

Il realismo di Europa Report potrà tuttavia far storcere il naso ad un pubblico abituato a vedere film di fantascienza altamente spettacolari con azioni di grande impatto visivo. Il film in realtà è ricco di azione, ma questa rimane sempre sul terreno del plausibile, rendendo bene alcuni elementi  che potrebbero essere tipici di un vero viaggio spaziale, come il silenzio, il vuoto e la mancanza di riferimenti nello spazio, i movimenti lenti delle astronavi.

Consiglio Europa Report agli amanti del genere sci-fi che apprezzano film ad alto tasso di realismo dove la scienza prevale sulla fiction.

Scheda del film(in inglese)

Star Wars è fantasy o fantascienza?

L’unicità dell’universo di Lucas

Star Wars è fantasy o fantascienza? In realtà tutte e due, e molto altro ancora, costituisce un immaginario per molti versi unico, che porta la firma del suo autore.

Nella saga di Lucas troviamo forti contaminazioni con altri generi, come il western, il war-movie, avventura, film in costume ma anche, in trasparenza, tracce di comics e cartoon. Tuttavia non siamo di fronte a un semplice citazionismo, come potrebbe sembrare ad una prima osservazione. Lo spazio di Lucas è infatti plasmato a partire da questo mosaico di eterogenee influenze. Elementi del genere western, per esempio, non fanno parte solo del personaggio Han Solo e del suo essere l’avventuriero mercenario; ma costituiscono anche il cosmo, che diventa la nuova terra di frontiera, lo spazio minaccioso e sconosciuto da superare e da abitare.

Una tendenza che conferma, in generale, il connubio del western con la Science Fiction, due proiezioni dello stesso mito della Frontiera e dell’avventura intesa come scoperta e esplorazione di spazi sconosciuti.

Altre influenze importanti sono il fumetto, come si ritrova in particolare nella sequenza della taverna di Mos Eisley e nel particolare stile di montaggio di Lucas.

La fiaba, altro universo famigliare all’autore, rappresenta un importante chiave di lettura della storia

“… la perenne fiaba dell’agonia e della rinascita, dell’oppressione e della liberazione, rinarrata con tutta la sapienza metaletteraria del dopo…*

unito a uno spiccato interesse per l’antropologia, in particolare legato al rapporto uomo- macchina, un ambito di indagine presente già in L’uomo che fuggi dal futuro.

A questa componente fiabesca si aggiunge il fascino della mitologia, Lucas narra infatti la storia di un guerriero, Luke, inserito in un mondo dai caratteri esotici. Risulta chiara l’influenza del mito di Ulisse, i Cavalieri della Tavola Rotonda, l’Isola del Tesoro ecc. Un universo legato alla tecnologia, non più inserita in uno scenario di verosimiglianza che viene sostituito da iniezioni di avventura, romanticismo, epica. Facile quindi trovare presenze tra loro molto distanti in un unico contesto. Proprio come Luke, Han Solo, Chewbacca, Obi Wan Kenobi e la principessa Leila vengono da origini all’apparenza inconciliabili e si ritrovano tutti insieme a combattere contro l’Impero Galattico.

A questa commistione si aggiunge una delle componenti fondamentali di Guerre Stellari: il carattere ludico e divertente.

Un altro elemento strutturale per il senso della saga è la presenza della religione e della fede, rivista nell’ottica della Forza che ha il ruolo di elemento di unione tra gli uomini, bilanciando il Bene e il Male. Questa moderna visione del concetto di fede è uno degli elementi portanti dell’intera opera. In tutti gli episodi possiamo vedere come, ad di là di vicende umane, la storia di Guerre Stellari sia legata a un continuo bilanciarsi della Forza che si manifesta nel conflitto tra i Ribelli e l’Impero.

Alla contaminazione di generi e teorie si lega anche il panorama di esseri umani, robot androidi, mutanti, mostri che popolano i pianeti della galassia di Lucas. Un mondo favolistico, dominato da figure bizzarre come animali parlanti o alieni strani; un esempio è il wookie Chewbacca

“…irsuto antropoide un po’ scimmia e un po’ leone, un po’ orso e un po’ australopiteco…*“.

La saga pullula anche di robot come R2D2 e C-3PO, di cui quest’ultimo riassume in sé caratteri tipici umani, come il continuo interrogarsi. Sono poi presenti diverse ibridazioni uomo-macchina, tra cui la più famosa è Dart Vader. Tuttavia anche il figlio Luke si appresta a diventare un ibrido, dopo il primo duello con il padre ne L’impero colpisce ancora di I.Kershner, perde una mano, prontamente rimpiazzata da un modello bionico.

L’opera di Lucas riconsidera anche il concetto stesso di futuro, inserendosi in una nuova tendenza della produzione filmica che ha come data di inizio la fine degli anni Settanta, l’epoca postmoderna.

Guerre Stellari, ambientato

“Tanto tempo fa in una Galassia lontana, lontana”, attenua la fine del futuro spostandola in un passato mitico…*

imponendoci una sorta di futuro rovesciato. Una tendenza che, secondo lo studioso Frederic Jameson rappresenta un “millenarismo alla rovescia” spostando i risvolti pessimistici sulla fine del futuro, presentati fino alla prima parte degli anni Settanta con pellicole catastrofiche e pessimiste, in un futuro-passato dalla struttura ciclica.

In conclusione l’opera di Lucas, non si colloca in maniera univoca nel panorama di genere, costituisce una forte novità e introduce una spiccata contaminazione, che mette in crisi lo stesso genere per come lo si era inteso fino alla prima metà degli anni Settanta.

Recensione Blade Runner 2049

Un film intimista che espande l’universo fantascientifico di Blade Runner

Blade Runner 2049 è un film diretto da Dennis Villeneuve (Arrival) nel 2017. Ambientato trent’anni dopo i fatti di Blade Runner, 2049 racconta la storia dell’agente K, incaricato di eliminare gli ultimi replicanti nexus 8 rimasti in circolazione. Durante una di queste missioni di “smaltimento”, K scopre un inquietante mistero che potrebbe cambiare per sempre il modo in cui conosciamo i replicanti e lo scopo della loro creazione.

Dennis Villenevue espande l’universo creato da Ridley Scott realizzando un sequel che per molti versi si contrappone per stile e intenti al primo film di Scott. Blade Runner 2049 è un film intimista, costruito sulle storie personali dell’agente K, della sua compagna virtuale Joi e su Rick Deckard. Un film che mette in primo piano i sentimenti e le relazioni, sia tra il reale e il virtuale come nel caso del protagonista K con Joi, sia genitoriali come nel caso di Deckard e dei suoi presunti discendenti. 2049 in questo senso lavora anche sull’ambiguità tra uomini e replicanti e sulla loro capacità di provare sentimenti, nonostante non siano nati e i loro ricordi non siano autentici.

Sono proprio gli innesti di memoria ad avere un ruolo cruciale in 2049, il regista Dennis Villeneuve pone l’accento su questo punto che era stato già citato da Scott nel primo film e lo rielabora suggerendo come le memorie siano alla base dei sentimenti e siano un segno di umanità.

A fare da cornice alle vicende c’è lo scenario che avevamo lasciato nel film di Scott, con diverse importanti differenze, la Los Angeles brulicante di vita e disordine lascia il posto ad uno scenario tetro e semi deserto dove la pioggia è sostituita dalla neve (un riferimento al freddo scenario canadese, patria del regista Villeneuve). L’universo di Blade Runner  si espande ed è reso ancora più affascinante grazie all’ottima fotografia, alle scenografie e all’ottimo lavoro sul colore degli ambienti che contrappone i tetri scenari urbani di Los Angeles ai colori caldi che caratterizzano Las Vegas.

Il film non è privo di difetti, in alcuni tratti si perde in dialoghi superflui.  Villeneuve tralascia la componente prettamente politica e sociale, non abbiamo un quadro chiaro del futuro dei replicanti e se il loro ruolo evolverà nella società del futuro. Si accenna a una possibile rivoluzione ma il discorso rimane sospeso. Allo stesso modo il ruolo di Deckard in 2049 pare debole in alcuni frangenti, non viene approfondito ulteriormente il suo personaggio. Il momento della scazzottata tra K e Deckard poteva essere eliminato e a mio parere è il momento meno interessante di tutto il film.

In conclusione Blade Runner 2049 è un buon film, in bilico tra novità e nostalgia.  Una pellicola con una sua personalità che però ben si armonizza con il mito di Blade Runner.

Scheda del film (in inglese)