Shame

Il dramma di un uomo prigioniero del sesso

“Shame” seconda regia di Steve McQueen è un film cupo e introspettivo sul dramma di un uomo malato di bulimia sessuale. Ambientato in una New York notturna e anonima , il regista lascia da parte facili giudizi e tratteggia quasi come in un documentario,la storia di Brandon, interpretato da un bravo Fassbender.

Il risultato è un film complesso e sfaccettato, giocato sugli sguardi e sulla duplicità di quest’uomo tormentato da una vera e propria dipendenza. Il film è orientato verso un raggiungimento di consapevolezza e un tentativo di guarigione del protagonista che va di pari passo con una maggiore comunicazione e emotività soprattutto nei confronti della sorella, unico rapporto affettivo di Brandon.

Tuttavia il regista McQueen non lascia intravedere una risolvimento definitivo della vicenda che rimane sospesa trovando una chiave di senso forse nell’ambiguità dello sguardo e nella psicologia del protagonista.

007 Spectre

Il secondo James Bond di Mendes convince, ma…

La seconda prova di Mendes con la saga di James Bond chiude il ciclo iniziato con Casino Royale, collegando gli antagonisti e le storie portate avanti negli ultimi film, conducendo l’agente segreto inglese allo scontro finale con l’organizzazione Spectre.

Mendes con questo film affronta una sfida molto impegnativa, tirando le fila delle vicende degli ultimi episodi della saga scavando ancora di più nella psicologia e nel passato di Bond e dando un seguito all’ ottimo episodio Skyfall, senza banalizzare o rendere ripetitiva la storia.

Il film riesce bene nell’impresa, coinvolgendo lo spettatore con riprese e scene eccellenti, una fotografia curata e scelte stilistiche e scenografie da manuale. Tra le più emozionanti ci sono senza dubbio le già citate scene girate a Città del Messico, Tangeri e Roma compreso l’incredibile inseguimento in auto per le strade della capitale italiana.
Spectre tuttavia è meno convincente sul piano narrativo, mancando proprio nel descrivere la super organizzazione Spectre e il suo capo, Franz Hoberauser, che appare alla fine del film poco delineato e incisivo.
Allo stesso modo Hinx, lo spietato killer interpretato dall’imponente Bautista, assodato per uccidere Bond, risulta tutt’altro che indimenticabile, dimostrando comunque la sua brutale forza in un paio di belle scene d’azione.
La parentesi sentimentale di Bond con la protagonista femminile Madeleine Swann, interpretata dall’attrice Léa Seydoux, risulta a tratti poco approfondita, sacrificata all’interno di una trama già complessa.

Il film ha comunque il pregio di unire elementi classici della saga con il nuovo Bond inaugurato da Craig quasi dieci anni fa, confermando una formula che funziona e che ha portato nuovi stimoli alla serie.

Creed

Rocky allena una nuova promessa

Creed è la storia di Adonis Johnson, figlio illegittimo di Apollo Creed, e della suo percorso di evoluzione della boxe. Il film segue l’evoluzione del protagonista Adonis, originario di Los Angeles, nella sua maturazione come boxeur di talento e la sua amicizia con Rocky, che diventerà suo maestro e lo allenerà per vincere la sfida finale e diventare campione nella sua categoria.

In Creed, Sylvester Stallone passa dal ruolo di assoluto protagonista, che aveva rivestito in tutti gli episodi della saga Rocky, a quello di maestro, allenando Adonis e aiutandolo a far sbocciare il suo talento. La sua presenza riveste sempre un ruolo chiave. Non più impegnato a tirare pugni al sacco, il ruolo di Rocky si concentra sui dialoghi e sulle lezioni di vita, che dispensa al giovane discepolo Adonis.

Il film riesce a sviluppare bene l’intreccio tra le storie ed esperienze dei personaggi, molto diverse in origine , ma accomunate dalla grande passione per la boxe e dal sogno di vittoria. Coolger riesce bene a cogliere le atmosfere di Philadelphia, regalandoci un film realistico, schivando il rischio di cadere nel cliché che avevano a tratti interessato i sequel della pluridecennale saga di Rocky Balboa.

Arrival

Il mistero della comunicazione

Misteriosi dischi volanti entrano nell’atmosfera terrestre e si posizionano in varie aree del pianeta, chi sono? Da dove vengono? La loro presenza getta nel caos la popolazione, ma qualcuno si interroga sullo scopo di questa “invasione” e cerca un primo contatto con la presenza aliena.

Arrival, diretto da Denis Villeneuve,è una pellicola che condensa con efficacia alcuni dei temi classici della fantascienza, da 2001 Odissea nello spazio, a Solaris, passando per Contact e Incontri ravvicinati del terzo tipo, oguno di questi grandi film ha sviluppato tematiche che sono state poi riprese e reinterpretate in molti altri film. Villeneuve con Arrival è consapevole dell’importante eredità di queste pietre miliari del genere fantascientifico e con questa pellicola tenta di accostarsi ad essi, arricchendo il panorama introducendo nuovi interrogativi a queste tematiche e confezionando un film efficace.

Alla protagonista Louise Banks, linguista riconosciuta a livello internazionale, viene affidata la missione di decifrare la lingua degli alieni. La protagonista viene imbarcata su un elicottero militare diretto verso il luogo di atterragio di uno dei misteriosi oggetti. Inizia qui un viaggio fisico e mentale che Louise vive quando entra per la mia volta in contatto con gli extraterrestri. Alle prese con le difficoltà di interpretazione della “lingua” degli alieni ma anche con i pregiudizi e le ottusità dei militari e politici a capo della spedizione di ricerca, Louise comincia a svelare il mistero intorno a questi misteriosi esseri e capisce al contempo un’importante verità sulla sua vita passata e futura. Il film, efficace sul piano narrativo, lascia allo spettatore una serie di domande che assumono un carattere universale sul significato della comunicazione e dei rapporti umani.

Rogue One: A Star Wars Story

Rogue One senza troppe pretese

“Questa è una ribellione no? Mi ribello…”

Rogue One A Star Wars Story, ottavo film dell’amata saga creata da George Lucas, è uno spin off che si situa tra Episodio III e Episodio IV promettendo nuovi sviluppi in un punto chiave dell’intera saga. Tra i meriti di Rogue One c’è l’aver portato un briciolo di inventiva nella saga che soprattutto con Episodio VII aveva dato a molti l’impressione di cadere nel già visto. Tuttavia Rogue One si dimostra alla fine un film sbilanciato. Dopo una prima parte a tratti lenta e difficile da seguire, il film entra nel vivo dell’azione mettendo molta carne al fuoco sul fronte “action”, lo strappo è brusco tanto che sembra quasi di guardare un altro film, non propriamente una diretta conseguenza dell’evolversi della vicenda. Sul fronte degli attori nessuno dei protagonisti sembra spiccare, Felicity Jones, la protagonista, non trasmette quell’empatia propria dei personaggi memorabili della saga, nonostante la trama offra spunti drammatici, i coprotagonisti sembrano tutti recitare in maniera incolore la propria parte, forse consapevoli della loro (prematura) dipartita. Sicuramente non verranno ricordati a lungo. La storia nel finale deve forzatamente combaciare per rendere credibile l’inizio di Episodio IV, per far questo si ricorre a versioni digitali di personaggi vecchi, anche senza uno scopo preciso, creando delle citazioni un pò forzate dei vecchi episodi.

La forza è diventato uno slogan senza senso
La forza è sempre stata negli episodi della saga originale e nei prequels un elemento fondante dell’universo di Star Wars. In Episodio VII e in Rogue one, sembra invece diventato uno slogan da film di serie C, viene spesso citata, slegandola dall’universo dei jedi e dall’aspetto spirituale. Come può la Forza essere con i protagonisti di Rogue One se non sanno che cosa rappresenti? Negli episodi pre-disney i protagonisti venivano educati ad usare e conoscere la Forza. Il monaco di Rogue One, che dovrebbe rappresentare la guida spirituale del film come poteva essere Obi Wan Kenobi negli episodi di Lucas, sembra più un ritardato con intenti suicidi che un custode della spiritualità.